D: ci racconti un po’ di passaggi della tua storia imprenditoriale

R: Sono un frutticoltore e sono diventato un apicoltore nel 1979 dopo un anno di mancata impollinazione, e quindi di mancata produzione del melo su tutta l’area del conoide di Ponte in Valtellina che, a quel tempo, era mono colturale e mono varietale perché allora si producevano soprattutto mele rosse. In quegli anni si facevano impianti molto intensivi ma privi o quasi di specie che fungevano da impollinatori e, nel 1978, questa situazione provocò una scarsissima produzione di mele. La causa principale di quella crisi produttiva fu proprio la mancata impollinazione e gli insetti pronubi sono fondamentali nella fecondazione dei fiori. Quindi un 1978 senza mele. Nel 1979 conobbi il Dott. Ottorino Pandiani che fu un grandissimo apicolture – frutticoltore di Andalo Valtellina che mi prese in simpatia e mi mandò a Bologna a fare dei corsi per apicoltori proprio perché lui voleva che la frutticoltura e l’apicoltura potessero non solo convivere ma essere addirittura complementari.

Chi è Renzo Erini? un “trattorista” prestato alla frutticoltura come si definisce. Nell’intervista ci racconta dei tanti passaggi che hanno segnato la sua vita professionale oltre che esistenziale. Domande, dubbi e svolte che l’hanno portato ad elaborare un modello di apicoltura sotto molti aspetti unico, fino ad arrivare al progetto “potere allo sciame” della Scuola Ambulante di Agricoltura di cui è il principale animatore insieme ad un’altro apicoltore professionista, Peter Moltoni.

Nel 1979 acquistai 5 alveari da mio fratello che abitava in Valchiavenna e iniziai. Ricordo che quando andai a frequentare il Corso all’Istituto nazionale di Apicoltura a Bologna con decenti di fama internazionale, ne cito uno Giorgio Celli, dovetti sottopormi ad un specie di pre esame di ingresso e io risposi modo sbagliato alla domanda “quante zampe hanno le api?”; pensavo ne avessero 8 ma poi mi spiegarono che le gambe sono 6. Fino ad allora avevo fatto il “trattorista” prestato ad una frutticoltura molto “chimicizzata” ed era chiaro che la convivenza tra api e frutticoltura molto “chimica” si rivelò un disastro. Le api hanno iniziato a farmi cambiare la sensibilità rispetto alla natura in generale e, nei passaggi che accadono nella vita a ciascuno di noi.

le api mi hanno portato ad essere autocritico rispetto al mio agire quotidiano, in questo caso l’agire quotidiano per produrre mele.

Nel tempo, avendo anche la fortuna di avere un luogo per produrre sul versante orobico, nel Parco delle Orobie, in un luogo incontaminato abbiamo potuto sviluppare l’apicoltura che in alcuni momenti storici della vita della nostra piccola azienda è diventata un ramo produttivo a volte più importante della stessa frutticoltura. Questo perché nel frattempo la frutticoltura tradizionale negli ultimi decenni ha sofferto (e soffre) molto. Mi riferisco con il termine “tradizionale” a quella frutticoltura basata sul produrre molto, sull’investire tantissimo, sul consumo di energia e soprattutto sul supporto della chimica. Da questo punto di vista sono arrivato a fare un’autocritica ed a mettere in discussione questo tipo di modello produttivo. Nel corso degli anni sono emersi problemi apistici come la voarroa, l’inquinamento dell’ambiente, etc. e ci siamo “difesi” con il nomadismo “di fuga” così lo potremmo definire perché non siamo andati a cercare le grandi ed importanti fioriture com’è sotteso nello spostare gli alveari, ma siamo andati soprattutto a cercare luoghi sani dove le api potessero riprodursi, stare bene, e produrre per loro e per noi.

Renzo Erini - Potere allo sciame

Avendo avuto una formazione apistica interessante e degli amici importanti a livello di Associazione Apicoltori – prima ho citato Ottorino Pagliani che sicuramente è stato un apicoltore che mi ha insegnato molto, ma devo anche ricordare Adda Primo che fece di Castello dell’Acqua il luogo degli apicoltori valtellinesi – negli anni abbiamo diminuito il nostro impegno in frutticoltura. Il che ha significato che l’abbiamo messa in discussione, abbiamo iniziato a spese nostre a mettere in discussione l’uso eccessivo di fitofarmaci e questo ci ha creato dei problemi perché la scelta non è stata interamente apprezzata dai frutticoltori tradizionali. E’ anche vero che ultimamente per cause anche economiche in molti stanno dubitando che questo modello di produzione sia ancora sostenibile.

D: che modello di apicoltura sviluppi?

R: L’apicoltura che sviluppo non è legata ad un eccessivo “accanimento” produttivo, faccio poche forzature, l’abbiamo sempre vista ed intesa anche “romanticamente” perché, ad esempio, non abbiamo mai ostacolato le sciamature, anche perché abbiamo un luogo che si presta a sostenere questo tipo di fenomeno naturale. Non facciamo nomadismo alla ricerca di grandi produzioni e quindi abbiamo una conduzione dell’apiario con un metodo che potremmo definire classico, senza particolari forzature. Non abbiamo mai cercato il miglioramento genetico a tutti i costi, anzi abbiamo favorito quello che potremmo definire un meticciato e questo ce l’ha consentito in parte anche il luogo dove abbiamo l’apiario.

Negli ultimi anni abbiamo messo in discussione anche il modello convenzionale di fare apicoltura, che non è il nostro, che non è quello valtellinese che è quello orientato alle grandi produzioni, il che significa che devi forzare la “macchina api” che è comunque e rimane un organismo molto delicato.

Tant’è che negli ultimi anni si è cercato di riprendere aspetti apistici del passato, ovviamente attualizzandoli e rendendoli razionali, e siamo andati a riscoprire il bugno villico che era basato sul benessere animale, sull’equilibrio con la natura, però attualizzandolo con questo modello di arnia che è la Top Bar, anche grazie a Peter Moltoni che è stato tra i primi apicoltori a rivalutare questo modo di produrre. Questo metodo si basa sull’intendere lo sciame non più come una tara, uno scarto, ma bensì come un elemento non di perdita economica ma di potenzialità. Il progetto Potere allo Sciame è nato a partire da questa considerazione e noi l’abbiamo anche interpretato come metafora, perché gli scarti, le tare non ci sono solo nel campo dell’apicoltura. Potere allo sciame è un progetto della Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile, è nato come iniziativa all’interno dell’esperienza di Punto.Ponte, e sembrerebbe un progetto per un’apicoltura sostenibile, in realtà non parliamo solo di api ma per noi è un modo per interpretare la realtà. Per questo Potere allo Sciame non è riferito solo al mondo delle api ma anche al mondo umano.

R: che cosa significa passare dall’apicoltura convenzionale a quella sostenibile?

R: Parliamo di apicoltura sostenibile perché il metodo Top Bar prevede investimenti economici più contenuti, ci si accontenta nel senso che si incorpora il concetto di limite, si produce meno ma si investe meno e questo potrebbe trasformarsi in termini di sostenibilità economica. Noi non sosteniamo che questo tipo di produzione debba sostituire quella attuale, non vogliamo sostituire nulla, però è un metodo che consente di aprirsi anche ad altri sistemi di produzione. Questo metodo consente innanzitutto di fare una produzione di cui ci vergogniamo un po’ perché è una produzione di eccellenza, una produzione elitaria per certi versi. Noi faremo di tutto perché diventi accessibile a tutti, certo bisogna entrare nell’ottica che questa è un’eccellenza per cui il miele va degustato e non mangiato. Potere allo sciame significa rivalutare lo sciame naturale, collocarlo in un’arnia che riprende l’antico principio del bulbo villico. Il “difetto” del bugno villico era quello riferito alla raccolta del miele – che avveniva in autunno perché nei tempi passati vi era una maggiore biodiversità e vi erano delle produzioni tardive, ad esempio da noi il grano saraceno – poiché per raccoglierlo era previsto l’apicidio che significava uccidere le api per impossessarsi del miele.

D: da cosa trae ispirazione il progetto “Potere allo Sciame”?

R: L’apicoltura nei millenni è sempre stata portata avanti dalle persone più colte, dai sacerdoti, soprattutto dalle donne, e questo a qualsiasi latitudine. Il sistema variava semplicemente in funzione del materiale locale che si poteva usare per dare casa ad uno sciame naturale. Lo sciame naturale aveva un valore immenso perché il miele aveva lo stesso valore negli scambi a baratto di quello del burro e quindi in un’economia di ristrettezze, in un’economia rurale avere uno sciame era una cosa importante perché era come avere una “mezza mucca”. Oggi uno sciame terrorizza perfino, bisogna chiamare i pompieri e vi sono dei costi di smaltimento. Uno sciame soprattutto in una situazione urbana viene considerato un pericolo, e quindi bisogna sopprimere le api e bisogna smaltirle. Con questo metodo Top Bar l’arnia antica del bugno villico viene modernizzata perché gli si aggiungono delle barre mobili e questo consente l’estrazione del miele su favi naturali costruiti interamente dalle api, senza input esterni; il miele andrebbe consumato preferibilmente in favo e quindi con la cera e masticato; non viene utilizzata nessuna macchina per l’estrazione del miele perciò non vi sono ne costi energetici ne perdite di profumi; all’ape viene garantito un benessere che è superiore a qualsiasi altro metodo perché quest’arnia rispetta perfino la forma dei favi naturali. Per quanto riguarda le cure di cui l’alveare ha bisogno tutto è molto più facilitato, l’apicoltore stesso impiega meno ore di lavoro. La sua forma garantisce una maggiore coibentazione, in quanto è un’arnia a favo caldo che si sviluppa in orizzontale e non in verticale e quindi favorisce un ottimo svernamento anche a quote altimetriche elevate. Abbiamo quindi un modo di produrre più rispettoso delle api ed è questa la vera sostenibilità anche se non escludiamo gli altri metodi di produzione. Il mio apiario è di tipo classico, con arnie razionali, con telaini e fogli cerei, ma abbiamo cercato di sviluppare questo antico sistema per rivalutare lo sciame naturale. Lo schema concettuale di potere allo sciame è trasferibile a qualsiasi altra attività produttiva.

prototipo di arnia top bar “potere allo sciame”

D: ci descrivi le caratteriste dell’arnia Top Bar?

R: La Top Bar ha una forma a trapezio che non è casuale perché copia quello che le api farebbero in natura. I favi in natura sono fatti a forma di cuore, che semplificando è un trapezio arrotondato, oppure per dirla in altro modo il trapezio è una forma a cuore con gli angoli. La Top Bar ha uno sviluppo orizzontale per cui abbiamo meno dispersione di calore soprattutto in inverno, è modulare. Noi non siamo particolarmente interessati all’idea di fare dei mieli mono floreali ma quest’arnia consente di fare veramente questi tipi di mieli anche in piccole quantità utilizzando delle fioriture di breve durata. Quest’arnia si può costruire anche in casa, senza dei rilevanti investimenti. Forniamo un input di partenza per la costruzione regolari dei favi utilizzando una piccolissima striscia di foglio cereo anche se non è obbligatorio. C’è un accorgimento per dividere la parte riproduttiva da quelle produttiva che è l’escludi regina così che la regina rimane sempre nella parte anteriore della Top Bar e la parte posteriore viene destinata a magazzino e quindi per poter asportare la produzione.

D: le caratteristiche strutturali del progetto Potere allo sciame

R: Le previsioni vanno ancora fatte però la volontà è quella di produrre dei mieli con questo metodo nelle varie località e vallate laterali della Valtellina per caratterizzarli come luoghi di provenienza, cioè un prodotto “identitario” perché proviene da quel luogo. Non è obbligatorio che il miele prodotto sia il migliore del mondo, ma appartengono e vengono prodotti in un determinato contesto territoriale. Il numero di arnie che andremo via via a collocare è legato all’interesse che il progetto Potere allo Sciame suscita e susciterà perché, ad esempio, un ristorante che servirà un pezzo di favo in cera pura con del miele è un valore aggiunto al prodotto e inoltre raccontando e descrivendo la provenienza ed il metodo di produzione rispettoso di diversi aspetti, secondo noi della Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile, dovrebbe dare un valore aggiunto altissimo.

D: dove sono state collocate le prime arnie?

R: Le prime arnie sono state collocate a partire dagli incontri promossi dalla Scuola Ambulante di Agricoltura sostenibile in Val Codera e in Val Gerola. Il Progetto Potere allo Sciame è partito due anni fa con un’arnia sperimentale così da poter monitorare andamenti e risultati. Va detto che anche Peter Moltoni della Mieleria Moltoni e altri come Simona Negrini di Caspoggio stanno adottando questo metodo.

Come Scuola Ambulante di Agricoltura Sostenibile vogliamo diffondere, far sapere, che esiste anche un metodo diverso di allevamento cioè di fare apicoltura. Figuriamoci se non c’è un metodo diverso di fare allevamento di animali, se non c’è un metodo diverso di fare frutticoltura, in una direzione che non è più quella consueta.

Potere allo Sciame ha iniziato con uno sforzo abbastanza importante perché innanzitutto ha coinvolto apicoltori locali. Siamo andati in Val Codera, coinvolgendo l’Associazione Amici della Val Codera, ed essendo una valle che non è collegata da un nastro stradale, la collocazione dell’arnia ha comportato degli sforzi perché abbiamo trasportato l’arnia vuota tramite teleferica mentre lo sciame nudo è stato trasportato a piedi dopo una sciamatura naturale avvenuta nel mio apiario. L’arnia è stata insediata in un luogo che pensiamo ambientalmente sano e pulito.

Augusto Vaninetti – apicoltore custode in Val Codera mostra un favo dell’arnia top ber del progetto “potere allo sciame”

Lo sciame ha prodotto dei favi di miele che sono stati utilizzati per fare delle “serate”. Augusto Vaninetti, l’apicoltore della Val Codera custode dell’arnia, aveva smesso questa attività perché aveva capito che il modello di apicoltura razionale era diventato sempre più difficile e con questa proposta di occuparsi di un’arnia top bar si è ri-appassionato, sa che affronterà i problemi dell’invernamento ed anche i problemi dei parassiti delle api in un modo molto più leggero, più tranquillo. Noi abbiamo anche la “fortuna” di avere api che vengono dal mio apiario e che sono moderatamente produttive ma sono per loro nature molto mansuete ed hanno una buona capacità di svernare anche in situazioni difficili. Nella Top bar, ci viene spiegato da chi le studia, le api sono meno aggressive come risultato del maggior benessere indotto dall’arnia, e questo rende più facili le operazioni di visita e controllo. Questo alveare collocato in Val Codera resterà lì, e il miele prodotto sarà un miele “identitario” perché anche la cera non viene portata dall’esterno. La stessa operazione è stata fatta in val Gerola con minori difficoltà soprattutto logistiche.

In Val Gerola incrociamo il ragionamento dei Ribelli del Bitto che hanno saputo rinunciare alle grandi quantità di formaggio prodotto ed hanno saputo valorizzare un prodotto che è unico. Qui abbiamo trovato un terreno culturale adatto perché la filiera fiori – api – miele rafforza e si integra con quella costituita da latte – erba – formaggio.

Due arnie simbolicamente donate ad altrettante comunità di cura perchè se prendano cura.

D: prevedi formule di partecipazione al progetto da parte dei consumatori?

R: Bislack, la località dove ho l’apiario nel comune di Ponte in Valtellina sul versante orobico, è il luogo di partenza degli sciami, il luogo della sciamatura che non viene certo ostacolata e qui abbiamo 5 arnie in produzione e produrremo presumibilmente 5 – 6 favi di miele per arnia così da avere 20 – 25 favi. Non è casuale che io non parli in termini di Kg. di miele ma di favi, proprio perché il valore non è più espressione del peso ma del favo. Vorremo arrivare a vendere i favi prima ancora di averli prodotti con la formula dei “future” perché se uno comprende il valore di questo prodotto fatto in questo modo in luoghi di questo tipo ovviamente deve essere disposto sia a spendere che a partecipare attivamente, in fondo a condividere. La condivisione sta che il potenziale acquirente può venire a visitarle sempre e in cambio gli chiediamo di investire con noi per portarsi a casa qualcosa che è veramente unico.

D: che cosa ti hanno insegnato le api?

R: Per certi versi mi hanno insegnato persino l’inutilità della vita perché un’ape se lavora vive 5 settimane, se riposa durante l’inverno vive 5 mesi. Questa ossessione di portare avanti la specie mi fa pensare… perché l’ape faccia degli sforzi enormi per garantire questo processo. Ma è proprio così obbligatorio? Al contempo questo processo è anche una cosa fantastica. L’aspetto interessante è che l’alveare venga considerato un super organismo che funziona attraverso passaggi di informazioni. L’ape ha una memoria dei luoghi per cui quando ritorna all’alveare segnala con una danza le coordinate delle fonte nettarifera.

L’alveare ti fa capire la sua grande forza ma anche la sua delicatezza, e la debolezza di un organismo vivente.

Anche all’interno di un alveare ci sono delle situazioni che possono degenerare, basta pochissimo. Un fattore esterno tipo un inquinamento determina il crollo immediato.

D: poi ci sono iniziative globali come Salviamo le api; che cosa ne pensi?

R: Tanta opinione pubblica si sta mobilitando intorno a questo tema del “salviamo le api”. Quello che sfugge e che l’ape essendo un insetto che comunque viene utilizzato dall’uomo è anche molto studiato quando vi sono fattori di inquinamento che mettono in serio pericolo l’apicoltura e l’ape riesce ad essere veicolo di mobilitazione. E’ chiaro che l’attuale sistema produttivo penalizza le api. Ma quello che sfugge è che i problemi che hanno le api nel sopravvivere ad un ambiente sempre più compromesso li hanno anche gli altri pronubi. Nessuno si occupa dei danni provocati dalle colture intensive chimicizzate alle specie meno famose. Quando si fa un trattamento con insetticidi o la concia dei semi si fa una strage di tutto, a partire dagli altri pronubi che contribuiscono all’impollinazione, penso ai bombi, le api selvatiche che praticamente non esistono più. Oggi molte campagne sono più inquinate delle città perché in campagna si è utilizzato di tutto, dai diserbi alle coltivazioni spinte, ai trattamenti con fitofarmaci. Poi ci sono famiglie di insetticidi che sono più pericolose di altre: l’uso di neonicotinoidi è tra le principali cause di perdita di alveari. Senza drammatizzare è necessario mettere in discussione il sistema produttivo e i consumi. Mi riferisco ai consumi di acqua ma anche a quelli di carne perché per consumare carne devo utilizzare una certa quantità di energia e una certa quantità di insetticidi, rispetto a quelli utilizzati se noi fossimo vegetariani. Potere allo Sciame è anche questo: consumiamo meno, stabiliamo un limite, consumiamo prodotti sani, buoni, eccezionali. Saremo certamente meno obesi.

20160515_123744.jpgD: in che cosa consiste la metafora di Potere allo sciame?

R: La cosa interessante è che lo schema concettuale di potere allo sciame è trasferibile a qualsiasi altra attività produttiva. Quello che nell’apicoltura convenzionale è considerato una sventura, il non conforme può avere delle potenzialità maggiori rispetto allo standard, al conforme; un problema può diventare una risorsa. Allo stesso modo, il turismo, la ristorazione, le produzioni identitarie, l’artigianato possono domandarsi: “dove sta il mio potere allo sciame?”.

Potere allo Sciame è un messaggio verso la sostenibilità che significa economia circolare: consumiamo meno, stabiliamo un limite, riduciamo gli input esterni, recuperiamo gli scarti, consumiamo prodotti sani, buoni e eccezionali, facciamo qualità invece che quantità, miglioriamo la qualità della vita e del lavoro e delle relazioni tra uomo, ambiente e territorio.

Oggi tutti parlano di sostenibilità….. ma chi è veramente disposto a condividere il progetto Potere allo Sciame?


Connessioni 

Manuale di costruzione arnia top bar – progetto “potere allo sciame

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