Alessandro Scassellati

Alessandro Scassellati Sforzolini è Antropologo e Animatore della Scuola Ambulante di Agricoltura 


L’agricoltura è ancora una delle poche vere eccellenze che sono rimaste al nostro paese. Come racconta la Fondazione Symbola, sono ben 77 i prodotti in cui la quota di mercato mondiale dell’Italia è tra le prime tre al mondo, – pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli, tra questi – in cui è la prima. Ma, i produttori di materie prime agricole ricevono solo una frazione del prezzo che i consumatori pagano al supermercato. Solo una media del 15-20% del prezzo di vendita – la “componente agricola” del cibo – viene restituito ai coltivatori. Tra l’altro questa percentuale, che è andata via via a diminuire da anni, è distribuita in modo ineguale. Mentre i produttori di uova, carne e pollame ricevono dal 50 al 60% del prezzo di vendita finale, i produttori di verdure ricevono solo il 5%. Una volta che i cibi arrivano al supermercato, la proporzione rappresentata dalla componente agricola diminuisce in rapporto al grado di trasformazione industriale La componente agricola dei piselli congelati è intorno al 13% e quella dei pomodori in scatola al 9%.



Questo sfavorevole rapporto di scambio, unito alle politiche agricole comunitarie e nazionali che hanno penalizzato soprattutto le policolture mediterranee finanziandone l’espianto e la sostituzione con ibridi produttivi ultraspecializzati selezionati in laboratorio o colture continentali, ha contribuito alla massiccia riduzione del numero delle aziende agricole italiane, accompagnata da una forte diminuzione della superficie totale e della superficie agricola utilizzata, con una conseguente drastica riduzione degli addetti che sono passati dal 44% della forza lavoro complessiva del 1951, al 10,7% del 1986 e al 5% del 2012 (850 mila). Nel Mezzogiorno sono passati da 3 milioni 700 mila, a 1 milione 150 mila nel 1986, a 419 mila nel 2012, mentre il paesaggio agrario si è via via inesorabilmente deteriorato a seguito dell’abbandono e dello sviluppo dell’urbanizzazione (con terribili conseguenze anche dal punto di vista degli assetti idrogeologici), la popolazione rurale si è fortemente senilizzata. L’esodo massiccio di uomini e di donne in età lavorativa ha significato, in particolare, la quasi scomparsa del sapere contadino, non più tramandato, da sempre alla base della vita economica e sociale degli abitanti delle aree di collina e montagna che ammontano al 76,8% della superficie territoriale del paese, e l’esaurimento di tutte quelle forme di solidarietà che costituivano la forza dell’organizzazione sociale del lavoro agricolo.

“Il problema dello spopolamento delle campagne, e soprattutto delle zone montane o pedemontane, è un fenomeno molto diffuso in Italia. Molti giovani non vedono un futuro se non nelle città, e io credo che molto di questo pensiero sia responsabilità della nostra generazione, che non ha creato le basi per un futuro dignitoso nelle campagne. Il lavoro preziosissimo dei contadini, degli artigiani del cibo, degli allevatori, non viene riconosciuto adeguatamente e questo rende spesso impossibile abitare i luoghi marginali. Tuttavia credo che qualcosa possa cambiare, credo che s’intravedano in molte parti del mondo dei segnali positivi, di riscatto.” Carlo Petrini, fondatore di Slow Food (La Repubblica, 4/09/2014).

Si tratta di comprendere l’importanza dell’agricoltura, o meglio dell’economia agricola e forestale nella realtà delle aree collinari e montane, di fare emergere i legami con l’intero tessuto sociale ed economico-produttivo, di vederne il mantenimento e lo sviluppo nel contesto dei problemi di difesa, assetto e riassetto idrogeologico del territorio, di intravedere modelli alternativi di rapporto fra città e campagna, di affrontare su queste nuove basi anche la questione del lavoro, di quello dei giovani in modo particolare, e della sua qualità.



L’agricoltura familiare

fatta di micro-imprese contadine (il 94% ha a disposizione meno di 5 ettari) in cui lavoro è prevalentemente svolto dal titolare, dai suoi familiari e conviventi e che coinvolge oltre 500 milioni di famiglie nel mondo – sopporta ancora oggi gran parte del peso di nutrire il pianeta anche se è sempre più schiacciata dagli imperi dell’agroindustria, vessata da norme e codicilli creati ad arte per ridurre a rassegnazione e silenzio.

Anche in Italia, l’agricoltura familiare resiste, pur se ridotta nei numeri e negli spazi. Infatti, la struttura agricola e zootecnica italiana è caratterizzata da aziende di tipo individuale (96%) prevalentemente a conduzione diretta (95,4%) da parte del conduttore e dei familiari; solamente il 4,1% delle aziende coinvolge anche addetti salariati. Il nucleo familiare assume quindi un ruolo centrale per la programmazione e lo svolgimento dell’attività agricola, ben il 76% della manodopera complessiva deriva dal conduttore e dai suoi familiari.

L’agricoltura familiare si distingue da quella industrializzata, perché:
• si sviluppa su estensioni limitate, con colture diversificate (policoltura), legate alle stagioni, che contribuiscono a disegnare un paesaggio agrario articolato, caratterizzato dalla ricchezza di colture e di varietà, dove convivono frutteti e vigneti, cereali e ortaggi, boschi e pascoli;
• privilegia le risorse locali e, tra queste, le varietà e le razze tradizionali, riprodotte in autonomia o scambiate in ambito locale.

Le sue tecniche di produzione:
• promuovono l’autonomia delle comunità, ne riducono la dipendenza, sono gestibili e riproducibili su scala locale;
• esprimono un patrimonio locale di storia, consuetudini, conoscenze, gesti e forme di produzione; conservano e tramandano l’identità delle comunità che le hanno elaborate e innovate nel corso del tempo;
• danno valore al tempo e al lavoro umano, all’uso non erosivo e non inquinante delle risorse locali, all’impiego di fonti di energia rinnovabili.

I suoi prodotti:
• sono stagionali e artigianali, caratterizzati da elevata diversità e variabilità, hanno un nome e un sapore localmente noti e condivisi;
• sono eredità e rappresentano un patrimonio collettivo per le comunità che ne preservano la memoria e ne tramandano la preparazione; segnano il punto d’incontro di un luogo e di una cultura nel tempo;
• sono adatti alla vendita diretta, alla filiera corta e al mercato di prossimità.


Altri articoli

la distruzione della biodiversità alimentare
la Pasta: la grande invenzione dell’alimentazione italiana

 

Annunci