Alessandro Scassellati

Alessandro Scassellati Sforzolini è Antropologo e Animatore della Scuola Ambulante di Agricoltura 


La ricerca sulla struttura e sull’evoluzione delle società e delle economie contadine ha conosciuto un grande sviluppo negli ultimi decenni. Il mondo contadino è stato oggetto di studio non solo da parte di storici, sociologi ed economisti, ma anche di antropologi, psicologi ed etnologi, che con i loro lavori hanno contribuito a un notevole arricchimento dell’apparato terminologico e concettuale. Importanti sollecitazioni per lo studio delle società contadine sono scaturite dal confronto dei paesi occidentali con quelli di Asia, Africa e America Latina, dove in generale i contadini rappresentano tuttora la maggioranza della popolazione.

In questi studi la peasant society” (società contadina) viene distinta sia dalla società tribale primitiva, sia dalla moderna società industriale, e viene analizzata nei suoi specifici elementi strutturali.

Nell’area anglosassone le caratteristiche della società contadina e le linee fondamentali della sua evoluzione sono state studiate in particolare da Wolf (1966). Le moderne società industriali si sono sviluppate per aspetti essenziali dalla società contadina, e proprio ciò conferisce loro, secondo Wolf, una particolare rilevanza storica. Nelle società preindustriali i contadini sono integrati in una organizzazione politica in cui sono soggetti ad una serie di obblighi e di pretese da parte dei membri del ceto non rurale, che per garantirne l’ottemperanza possono anche far ricorso a sanzioni. Ciò che segna “la distinzione cruciale tra i contadini e i coltivatori primitivi“, scrive Wolf, è “la produzione di un fondo di rendita. Tale produzione a sua volta è alimentata dall’esistenza di un ordinamento sociale in cui alcuni individui, in virtù del potere che detengono, esigono pagamento da altri, dando luogo a un trasferimento di ricchezza da un settore della popolazione ad un altro” (Wolf, 1966, p. 10). L’azienda e la famiglia contadine rappresentano una comunità di produzione e di consumo che unisce in sé tutte le persone che vi appartengono. A differenza del ‘contadino’ (peasant) l”agricoltore’ (farmer) moderno negli Stati Uniti è un imprenditore la cui forza lavoro non è più integrata nel gruppo familiare.

Importanti contributi alla definizione e alla concettualizzazione delle società e economie contadine sono stati offerti anche da Shanin. Egli definisce i peasants come “piccoli produttori agricoli che, con l’ausilio di attrezzature semplici e con il lavoro dei familiari, producono perlopiù per il proprio consumo diretto o indiretto, e per assolvere le obbligazioni nei confronti dei detentori del potere politico ed economico” (Shanin, 1987², p. 3). Le definizioni e le tipologie sociologiche tuttavia riescono a cogliere solo alcuni aspetti di un fenomeno complesso come la società contadina.

Criteri per definire la categoria dei contadini (Shanin)

1 – l’azienda agricola a conduzione familiare come unità di base multidimensionale di organizzazione sociale;

2- l’agricoltura come fonte di sussistenza primaria;

3 – la presenza di specifici modelli culturali legati alla forma di vita propria di una piccola comunità rurale;

4 – la subordinazione ad autorità e potenze esterne.

In base ai criteri di Shanin, dunque, a fondamento della società contadina vi è l’azienda a gestione familiare, al cui centro vi è la fattoria annessa al podere da cui la famiglia contadina deriva le entrate necessarie per il sostentamento dei suoi membri e per il pagamento dei tributi al signore.

La coltivazione della terra e l’allevamento del bestiame costituiscono le basi dell’economia agraria, che nel complesso è poco specializzata. L’influenza dell’ambiente e della natura viene risentita soprattutto dai piccoli contadini, che hanno una quantità di terra limitata e sono maggiormente esposti ai mutamenti climatici e alle catastrofi naturali. La vita dei contadini si svolge nell’ambito di piccole comunità, in cui l’esistenza rurale con le sue forme specifiche di associazione e di riproduzione sociale trova la sua cornice ideale. La cultura contadina presenta determinate peculiarità, come la dominanza di forme di pensiero e di comportamento tradizionali, l’esistenza di norme specifiche relative al possesso e all’eredità della terra, alla formazione di comunità e all’esclusione sociale. Il ceto contadino di norma è dominato da potenze esterne. Alla subordinazione politica è associata una subordinazione culturale e lo sfruttamento economico attraverso tributi, corveés e tasse. L’oppressione cui sono soggetti i contadini dà origine periodicamente a rivolte nonché a varie forme di resistenza, come il ritardo nella corresponsione dei tributi, l’inosservanza delle norme giuridiche e la migrazione. Questi quattro criteri che definiscono il mondo contadino devono essere considerati globalmente nelle loro interrelazioni reciproche; quando uno di essi manca, muta anche la configurazione delle altre componenti.

L’unità fondamentale delle società contadine è l’azienda agricola a conduzione familiare. La comunità di lavoro, costituita dalla famiglia Contadina, coltiva un podere le cui dimensioni variano a seconda della posizione geografica e delle condizioni economiche. Il fine primario della azienda contadina a conduzione familiare ‘e quello di assicurare la sussistenza della famiglia con i proventi della coltivazione della terra e dell’allevamento del bestiame.

Come illustrato autorevolmente dal recente lavoro di sistematizzazione sui “contadini e l’arte della coltivazione” di Ploeg (2013), importanti chiarimenti sulle modalità di funzionamento dell’azienda contadina a conduzione familiare sono stati offerti dall’economista russo Alexander V. Chayanov (1966), che sulla base delle sue ricerche empiriche sulle campagne russe prima e dopo del 1914 ha elaborato una teoria generale dell’economia contadina. Chayanov ha messo in rilievo come nell’azienda agricola a gestione familiare la produzione e il consumo fossero regolati da proprie leggi economiche; in particolare la produzione non ‘e finalizzata al profitto, bensì principalmente a garantire la sussistenza della famiglia. In questo tipo di organizzazione economica contano i guadagni lordi del lavoro complessivo di tutti i membri familiari, non gli utili netti. Quando a seguito dell’eccessiva frammentazione e riduzione delle dimensioni dei poderi, o di un sensibile incremento demografico il reddito diminuisce, la famiglia contadina reagisce aumentando il grado di intensità del lavoro, che può superare quello standard del lavoro salariato nella misura in cui la sussistenza della famiglia è in pericolo e si offrono possibilità di guadagno addizionali. Il comportamento della famiglia contadina che vede minacciata la propria sussistenza non è guidato da considerazioni di redditività dell’impresa, bensì dall’intento di massimizzare i redditi complessivi da lavoro, e in questo modo le sue possibilità di sopravvivenza sono garantite anche in situazioni di crisi. Tra la produzione e il consumo, tra l’ammontare del reddito da lavoro e il livello dei consumi sussiste dunque, secondo Chayanov, un sostanziale equilibrio. Sebbene la famiglia contadina sfrutta ogni opportunità di guadagno, tuttavia nel complesso persegue obiettivi economici piuttosto limitati; prima che alla produzione di surplus, essa mira al soddisfacimento dei bisogni tradizionali della forma di vita rurale. “Di conseguenza, ogni azienda rurale ha un limite naturale alla sua produzione, determinato dal rapporto tra intensità del lavoro annuo della famiglia e livello di soddisfacimento dei suoi bisogni” (Chayanov, 1966, p. 82).rural art fotografia di Miel Lapuela Asturias

Secondo Chayanov, dunque, sebbene l’unità contadina di produzione sia condizionata e influenzata dal contesto capitalistico all’interno del quale opera, non è direttamente governata da questo. Invece, è governata attraverso un set di bilanciamenti (sistemi di regolazione). Questi bilanciamenti collegano l’unità contadina, il suo operare e sviluppo al più ampio contesto capitalistico, ma in modi complessi e decisamente distintivi. Questi bilanciamenti sono dei principi ordinatori. Essi modellano e rimodellano il modo in cui i campi vengono lavorati, le mucche allevate, le opere di irrigazione costruite e il modo in cui si sviluppano e materializzano le identità e le relazioni di collaborazione. La varietà e complessità dei bilanciamenti in atto, che sono continuamente rimodulati, determina la grandiosa eterogeneità dell’agricoltura contadina e crea un’ambiguità perenne (i contadini, contemporaneamente, sono disprezzati e incompresi, indispensabili e fieri, soffrono e resistono; analogamente ci sono fasi di de-contadinizzazione e di ri-contadinizzazione dell’agricoltura). Tutto questo può essere ricondotto alle complesse interazioni tra i differenti bilanciamenti e al modo in cui ciascun bilanciamento si forma e si riforma in relazione all’intervento di attori differenti (i contadini, le loro famiglie, le comunità, i gruppi di interesse, i commercianti, le banche, gli apparati statali, le agro-industrie, …).

I bilanciamenti analizzati da Chayanov erano due:

  • 1) bilanciamento tra lavoro e consumo: la relazione tra le domande di consumo di una famiglia e la forza lavoro esistente all’interno della stessa famiglia. Per operare con successo il bilanciamento lavoro-consumo su un’azienda agricola deve rispettare tre condizioni critiche (considerando che “la ricerca dell’emancipazione della famiglia contadina ‘e il driver principale e decisivo della produzione agricola”):

    a) la famiglia contadina deve ricevere una quota proporzionata e accettabile del valore complessivo che produce. Ogni aumento nel loro impegno dovrebbe tradursi in un aumento di reddito. Il lavoro deve fornire un reddito che coloro che sono coinvolti nel processo lavorativo considerano essere “giusto” e sufficiente per pagare i loro bisogni di consumo (“paga ciò che è sufficiente allo stato, risparmia ciò che sufficiente per la collettività e tutto quello che rimane è nostro”, slogan dei contadini cinesi alla fine degli anni ’70);

    b) le relazioni in cui è inserito il processo lavorativo devono consentire l’indipendenza e la libertà sul posto di lavoro (decisioni prese all’interno della famiglia contadina in quanto produttore indipendente);

    c) il processo lavorativo deve essere costruito sulla base di un’unita’ organica del lavoro mentale e manuale (chi lavora prende anche le decisioni chiave). Questo preclude forme rigide di cooperazione orizzontale.

  • 2) bilanciamento tra sforzo e utilità. Lo sforzo (lunghe ore di lavoro dall’alba al tramonto, fatica e sudore sotto il sole caldo, lavoro al freddo, etc.) si riferisce all’impegno addizionale richiesto per aumentare la produzione totale (o reddito totale aziendale). Qui, entrano in gioco i repertori culturali (composti di valori, norme, credenze ed esperienze condivise, memorie collettive, etc.) che specificano determinate risposte a specifiche situazioni. Come trovare il giusto bilanciamento tra duro lavoro e utile? Per i contadini la “produzione” (il buon raccolto, la buona resa) ha una posizione e un significato centrale. La produzione è riferita alla produzione per unità di lavoro – per mucca, per maiale, per albero da frutta, per unita’ di terra –, cioè per ciascuno degli ingredienti del processo lavorativo che vengono convertiti in nuovi prodotti che rappresentano un incremento del valore. La produzione deve essere elevata e sostenibile, ma, come sostengono i contadini, non deve essere troppo spinta. Dovrebbe essere la più alta possibile all’interno di un quadro definito dal concetto di “cura”. Bisogna prendersi buona cura degli animali, delle piante, dei campi – e se il lavoro è fatto con “cura”, allora la produzione per unità di lavoro sarà elevata. La “cura” è anche un’espressione delle competenze e dell’esperienza del contadino nell’arte della coltivazione ed è riferita alla qualità del lavoro. In termini più generali, si riferisce alla capacità del coltivatore di organizzare i processi di produzione e riproduzione in un modo che garantiscano buoni raccolti e un miglioramento continuo. Nella visione del mondo del contadino, elevati livelli di produzione sono giustificati perché nel breve periodo producono e sostengono i guadagni e, probabilmente ancora più importante, perché, attraverso il reinvestimento, consentono di costruire una bella azienda nel lungo periodo. La “cura” dipende da diverse condizioni. Ci deve essere passione, impegno (dedizione che si riferisce anche ad una elevata quantità di utilizzo di lavoro e di sforzo), professionalità e infine deve esserci autosufficienza: l’azienda agricola deve essere il più possibile autosufficiente. Il lavoro, lo sforzo e l’utile sono mediati dalla passione.

Questi due bilanciamenti devono trovare un equilibrio all’interno di ciascuna azienda contadina in un modo che è proprio di quell’azienda e riferito ai bisogni e alle prospettive della famiglia contadina che li’ vive e lavora. Secondo Chayanov, l’arte della coltivazione consiste nell’attento coordinamento e interconnessione di questi bilanciamenti che interagiscono tra loro. Si tratta di bilanciamenti dinamici, non statici (però, spesso bloccati da fattori/attori esterni). L’arte della coltivazione dipende sull’uso di un buon giudizio per valutare i diversi bilanciamenti. Questo richiede una grande attenzione nel valutare e nel combinare gli aspetti particolari che caratterizzano l’azienda contadina – disponibilità di terra, piante, semi, animali, edifici, strumenti, persone capaci di dare una mano nel processo lavorativo, risparmi ed investimenti, etc. – per dare vita al suo buon funzionamento complessivo (il piano organizzativo dell’azienda contadina). Aggiustamenti e riaggiustamenti nel tempo da parte del contadino sulla base delle sue valutazioni/percezioni/interpretazioni dei diversi aspetti e delle situazioni (si può usare la metafora del termostato, ma senza gli automatismi). La famiglia contadina deve riuscire a prendere delle decisioni appropriate, considerando che spesso l’ambiente più ampio (ad esempio, l’andamento dei prezzi di mercato, la struttura organizzativa del mercato locale, la penetrazione del capitale finanziario, la tassazione delle transazioni e del reddito) influisce sull’unità contadina in modi avversi e questo rende la regolazione dei sistemi di bilanciamento della famiglia contadina una questione delicata. Le agenzie esterne (i gruppi di interesse, le società commerciali, le banche, gli apparati statali, le agro-industrie, le reti commerciali, i tecnici) intervengono anch’esse in modo attivo, cercando di riassestare i differenti bilanciamenti in modi che meglio corrispondono alla loro ratio, anche se questo va a detrimento dei coltivatori e per questo si creano nuovi equilibri e antagonismi (conflitti, compromessi, negoziazioni).  

Una questione chiave è quella relativa al grado di coinvolgimento / dipendenza / autonomia della famiglia contadina rispetto alla produzione per il mercato (benefici vs minacce) attraverso la gestione dei diversi equilibri. “Un mercato che tira” (prezzi stabili o in crescita) stimola i contadini a produrre di più, consente la formazione del capitale, dato che i prezzi ricevuti per i prodotti dell’azienda sono superiori ai costi di produzione. Il contrario succede quando i prezzi sono bassi e ci si aspetta che calino. Anche in presenza di mercati avversi, i produttori devono tenere duro, riducendo il proprio standard di vita per sopravvivere (ricorrendo anche a forme di cooperazione, emigrazione, lavoro salariato, lavoro part-time, protesta, rivolta,…). I coltivatori utilizzano meccanismi/soluzioni organizzative e produttive che consentono loro di evitare che il mercato diventi il principio ordinatore della propria attività (soprattutto attraverso la flessibilità dell’azienda agricola multiprodotto e multifunzionale). Si va dai coltivatori di avanguardia (acquisto di trattori nuovi e di nuove tecnologie) ai coltivatori economici (che utilizzano strumenti di seconda mano comprati dai primi).

Le aziende contadine fanno parte del sistema capitalistico, ma un’azienda contadina:

  • è una parte subordinata (dalla quale si estrae del surplus: affitto, interessi, tassazione, etc.);
  • in se stessa non è un’unità di produzione capitalistica;
  • opera in una maniera che spesso è distintivamente diversa da quella in cui viene gestita un’azienda agricola capitalistica (“l’azienda contadina continua a produrre dove l’azienda capitalistica si ferma” secondo Chayanov, ma si trova anche nelle terre marginali, trasformandole in terre coltivabili e pascoli).

L’azienda contadina non è fondata sulla relazione capitale-lavoro: il lavoro, all’interno dell’azienda contadina, non è lavoro salariato; il capitale è rappresentato dalla memoria, dalle competenze possedute nelle tecniche di coltivazione, dalle reti di relazione (per vendere i prodotti, ottenere aiuto reciproco o scambiare semi), dagli strumenti disponibili, dagli edifici, dal numero di animali e dai risparmi monetari. La famiglia cerca di aumentare questo patrimonio attraverso il proprio ciclo di vita. Questo può consentire di adottare dei processi di produzione che richiedono meno sforzo e apportano una maggiore utilità.

La questione della dimensione dell’azienda: non è il fattore decisivo. Un fattore cruciale è la disponibilità di forza lavoro familiare, per questo una questione centrale per il futuro dell’agricoltura riguarda il rinnovamento intergenerazionale e in particolare le prospettive per i giovani e per le donne in agricoltura. Su questo c’e molto da lavorare, anche in termini di ricerca.

Il bilanciamento tra le persone e la natura: l’azienda contadina cerca di mantenere un equilibrio tra produzione e riproduzione.

L’attività agricola dovrebbe essere compresa come coproduzione, cioè, come l’incontro tra il sociale e il naturale. In questo modo l’attività agricola può essere vista come la continua interazione, e mutua trasformazione, delle persone e della natura vivente. L’equilibrio tra le persone e la natura vivente è il primo che deve essere considerato in qualsiasi analisi dell’agricoltura contemporanea. Ciò è dovuto alle tante disconnessioni che sono state create tra l’attività agricola e l’ecologia, che hanno portato ad una accelerata crisi ambientale. Si è affermata l’agricoltura chimica (basata sul processo Haber-Bosch e sulla “teoria mineralista” elaborata dal chimico tedesco Justus von Liebig) che segue il modello americano della “agricoltura imprenditoriale” e non quello dell’agricoltura contadina europea. La chimica del terreno, realizzata attraverso l’uso massiccio dei mezzi chimici di sintesi (fertilizzanti e fitofarmaci) ha sostituito la biologia del terreno e il focus sul mantenimento di una ricca vita biologica del terreno (attraverso la nutrizione dei microrganismi che lo frequentano e che trasformano le sostanze organiche complesse in elementi semplici assorbibili dalle piante per le loro necessità produttive) in modo che sia in grado di fornire naturalmente azoto (ma anche potassio e fosforo). I fertilizzanti chimici hanno preso il posto della biologia del terreno, del concime naturale (a partire dal letame e dal liquame prodotti dagli allevamenti aziendali), delle leguminose (fagiolo, pisello, lenticchia, cece, fava, lupino, erba medica, trifoglio, soia) che arricchiscono di azoto il terreno, degli scarti aziendali fatti fermentare in appositi cumuli, del  ricorso alla distribuzione di sostanze di origine naturale (fosfati, farina di roccia, solfato di potassio, solfati di magnesio, etc.), e soprattutto del sapere del contadino. Prodotti industriali hanno rimpiazzato i prati, i pascoli, le erbe e il fieno. I fitofarmaci hanno preso il posto della ricerca da parte del coltivatore della creazione delle condizioni favorevoli allo sviluppo degli antagonisti naturali dei parassiti, all’uso di prodotti ampiamente sperimentati come innocui per l’uomo (rame, zolfo) e di altri prodotti naturali a base di principi attivi estratti dalle piante, e alla crescita sana delle piante coltivate. Prodotti chimici vengono utilizzati anche per il controllo delle erbe infestanti, sostituendo le rotazioni che evitano la specializzazione della flora infestante e servono anche per mantenere vitale il terreno. Sono state eliminate le siepi e aboliti i sistemi di coltivazione policolturali, favorevoli alla biodiversità aziendale, per essere sostituiti con sistemi monoculturali specializzati. L’accoppiamento naturale è scomparso, si è andati verso il dominio dell’inseminazione artificiale, del trasferimento di embrioni e della selezione computerizzata del miglior riproduttore. Vengono usati gli ormoni BST e rimossi gli uteri delle mucche Holstein per creare delle “fabbriche di latte”, degli “animali tecnologici” (in sostanza, privilegiare la produzione a scapito della riproduzione) che sono alla base del sistema industriale cereali-semi oleosi-allevamento animale che sta mettendo a rischio l’equilibrio ecologico del pianeta. Si sono affermate le agro-industrie che forniscono strumenti, manuali, sementi che debbono essere utilizzati dalla forza lavoro (non più contadini che prendono le loro decisioni, ma lavoratori che vivono la condizione di fatto del lavoro salariato).

Le principali vittime di queste evoluzioni  sono gli “agricoltori imprenditoriali” che via via diventano sempre più dipendenti dai mercati (e quindi, dalle regole stabilite dai sempre più grandi e potenti soggetti che controllano questi mercati: gli imperi del cibo), sono “intrappolati”, rischiando di diventare dei “fantasmi”. La strada imprenditoriale è centrata sulla crescita accelerata delle dimensioni, sulla intensificazione guidata dalla tecnologia e su un rafforzamento delle relazioni di dipendenza con le industrie del cibo, le banche e le grandi catene commerciali. Loro credono che, in quanto agricoltori di grandi dimensioni, saranno tra i pochi in grado di sopravvivere, ma la realtà ‘e che sono i più a rischio e sono spesso anche quelli che “sono costretti” ad utilizzare il lavoro nero (con il nuovo schiavismo) per sopravvivere.

 Il bilanciamento tra risorse interne ed esterne, tra autonomia e dipendenza. Bisogna fare delle scelte tra il “making” e il “buying” in relazione al fattore sforzo, ma deve essere valutato anche in relazione al tema del gradi di autonomia/dipendenza dai mercati a monte della produzione agricola e al rischio che l’azienda contadina corre di essere divorata da questi mercati. Il grado di mercificazione (e quindi di autonomia/dipendenza) può variare grandemente. L’uso delle risorse interne è appoggiato dai movimenti agro-ecologici, considerando che negli ultimi 60 anni il trend ‘e stato quello di un continuo aumento della dipendenza dei coltivatori da risorse esterne.

Il bilanciamento tra dimensione ed intensità, dove dimensione si riferisce al numero di oggetti lavorativi (unita’ di terra, animali, etc.) per unita’ di forza lavoro, mentre intensità si riferisce alla produzione per oggetto lavorativo. Diversi stili di gestione aziendale sono possibili:

  • lo stile dell’agricoltore economico, caratterizzato da una dimensione relativamente bassa e da una intensità relativamente bassa. Si tratta di uno stile basato sulle riduzioni dei costi. I bilanciamenti in questo stile sono realizzati in modo che la spesa sulle risorse esterne viene minimizzata, mentre la coproduzione ‘e prioritaria. Questo riduce la dipendenza e aumenta l’autonomia. Allo stesso tempo, i costi finanziari (collegati alla crescita) sono minimizzati. Così i costi complessivi sono bassi e il reddito da lavoro ‘e alto (anche quando viene espresso in termini relativi come, ad esempio, il reddito da lavoro per 100 kg di latte);

  • lo stile dell’agricoltore intensivo, il cui obiettivo è raggiungere rese elevate (il suo simbolo è la “buona mucca”);

  • lo stile dell’agricoltore che economizza il fattore lavoro (il suo simbolo è “il trattore potente”), il cui obiettivo è quello di possedere quanti più oggetti di lavoro possibili e di minimizzare l’input di lavoro;

  • lo stile dell’agricoltore intensivo e di grande dimensione, come risultato sia delle politiche agricole (sussidi all’investimento, riorganizzazione spaziale, sostegno dei prezzi dei prodotti, etc.) e dello sviluppo tecnologico (agricoltura industriale-chimica) sia della strategia dell’imprenditore agricolo. L’80% dei sussidi della UE vanno al 20% più ricco dei coltivatori, agli “imprenditori agricoli”.

    Raccolta delle patate a Bormio (SO) 1962

La lotta per il progresso in un ambiente ostile. Oggi, il consumo comprende tanti elementi che non possono essere forniti dall’interno dell’azienda: educazione, elettricità, mobilità, comunicazioni, beni di lusso, etc. In pochi anni, le domande di consumo sono cambiate in modo significativo. Allo stesso tempo, la gestione di un’azienda agricola ora richiede una serie di elementi (trattori, pompe, energia, etc.) che non possono essere prodotti all’interno della stessa azienda. La macchina del lavoro è stata alterata in modo significativo. Insieme, questi cambiamenti implicano che l’equilibrio lavoro-consumo ora deve tener conto di una ben più ampia varietà di mercati. Le relazioni dirette tra il lavoro e il consumo vengono ridotte, mentre le relazioni indirette (che presuppongono una combinazione di diverse transazioni di mercato) sono ora più importanti. Valutare l’equilibrio tra lavoro e consumo ora implica decisioni riguardo a molti mercati, le loro interconnessioni e le aspettative riguardo alle loro principali tendenze all’interno di questi mercati. I bisogni della famiglia e dell’azienda devono essere riallineati, in un modo dialettico che comprende sia adattamento sia resistenza ad un set complesso di mercati differenti, ma interdipendenti.

Insieme, questi diversi mercati costituiscono una costellazione che impone quello che può essere definito come effetto schiacciamento (squeeze) dell’agricoltura contadina:

  1. i mercati a monte continuano ad imporre aumenti di prezzi (così contribuendo a far aumentare i costi), mentre i mercati a valle tendono ad offrire prezzi piu’ bassi o stagnanti. Così lo spazio disponibile tra i prezzi e i costi viene ridotto e il reddito da lavoro diminuisce;

  2. questi diversi mercati sono sempre più mondiali (e riflettono sempre meno le relazioni di scarsità locale, regionale e/o nazionale). Anche se solo il 16% di tutta la produzione attraversa fisicamente dei confini internazionali, la presenza e le dinamiche degli imperi del cibo – networks estesi che sempre più controllano produzione, trasformazione, distribuzione e consumo di cibo – implica che lo stesso set di standards, parametri e procedure viene applicata su scala globale, influenzando così anche tutti quei prodotti che non vengono registrati e trasportati internazionalmente. Un importante meccanismo operativo degli imperi del cibo ‘e che essi delocalizzano e rilocalizzano sempre più la produzione agricola in aree dove lavoro, terra, acqua e spazio ambientale sono meno cari e dove il sostegno politico può essere acquisito e comprato. In alternativa essi cercano di spostare la produzione in aree con condizioni tecno-istituzionali che sono favorevoli alla produzione aziendale di grandi dimensioni. Questi cambiamenti e rilocalizzazioni possono comportare degli improvvisi e drastici shock per l’agricoltura contadina. L’accesso ai mercati viene perso e intere regioni possono essere spazzate via sul piano economico;

  3. una caratteristica della attuale costellazione del mercato è che fa aumentare la volatilità. Questo fatto dipende sia dai fattori precedenti sia dalla speculazione sui mercati dei futures;

  4. i mercati per il cibo e i prodotti agricoli sono sempre più esposti alle conseguenze della crisi economica e finanziaria generale. Il credito per rifinanziare accordi esistenti ‘e divenuto scarso e/o più caro, mentre il potere d’acquisto di ampi gruppi di consumatori viene seriamente ridotto.

Tutto questo fa sì che le aziende agricole oggi operino in un ambiente ostile ed avverso, che ne mette a rischio l’esistenza, la capacità di mantenersi nel tempo. Molte proprietà contadine oggi sono sempre più dipendenti da risorse esterne e allo stesso tempo fronteggiano relazioni di scambio sfavorevoli che sempre più impediscono ai contadini di riassestare dell’equilibrio tra utilità e sforzo, semplicemente perché l’utilità viene appropriata da altri attraverso la forbice costi-prezzi, la mancanza di accesso ai mercati, una tassazione elevata, etc. Da un punto di vista culturale, il risultato può essere che i genitori spingano i figli a non fare o a non sposare più i contadini.

Segnali di resistenza

Si moltiplicano i segnali di resistenza agli imperi del cibo. Molti contadini stanno attivamente cercando di mettere in pratica adattamenti, cambiamenti, nuovi approcci e modelli alternativi di cooperazione. Così, molteplici processi di ridisegno stanno avvenendo, alterando materialmente le pratiche di coltivazione, ad esempio:

  • ampliando la multifunzionalità, producendo nuovi servizi e nuovi prodotti commercializzati attraverso mercati alternativi basati su una nuovo rapporto con consumatori: agriturismo, prodotti di alta qualità, prodotti tipici, produzione organica/biologica, trasformazione dei prodotti in azienda, vendita diretta, autoproduzione di energia, immagazzinamento di acqua, servizi di cura, ospitalità di cavalli, gestione del paesaggio e della natura;
  • e/o restaurando l’autonomia, cioè rendendo l’attività agricola più “contadina” e più basata sulle proprie risorse.

    Emergono nuove forme di resilienza e nuovi beni comuni, nuovi circuiti e canali di mercato che coinvolgono attivamente anche i consumatori, che consentono ai contadini di trovare nuovi equilibri tra sforzo e utilità e il piacere di incontrare più persone e l’orgoglio di “coltivare in modo diverso”.

Enkidu - Festival di scrittura selvatica

L’azienda contadina è il risultato complesso e dinamico delle decisioni e considerazioni strategiche della famiglia coltivatrice. Le aziende contadine concrete, così come esse si presentano in un determinato momento in uno spazio specifico, sono sempre molteplici espressioni dell’arte della coltivazione che risulta dalla messa a punto di ciascuno dei tanti equilibri che interessano l’azienda e dall’abile coordinamento dei diversi equilibri. Così, i campi e le mucche vengono rimodellati, le varietà di piante attentamente selezionate e migliorate, l’input di lavoro definito, il capitale formato, la conoscenza sviluppata e le reti relazionali esplorate. I tanti equilibri sono legati assieme in un insieme coerente che si traduce nel piano organizzativo dell’azienda agricola.” (Ploeg, 2013, p. 69)

L’arte della coltivazione

la costruzione consapevole e strategicamente fondata di un’azienda agricola e dei tanti elementi che la costituiscono, non separa l’azienda agricola dal suo contesto economico, territoriale e comunitario 

Parte dell’arte di bilanciare attentamente molti degli equilibri implica il prendere in considerazione i parametri, le opportunità e le minacce che arrivano dal contesto. Queste minacce, opportunità e parametri non impattano sull’azienda in modo lineare. Essi sono, invece, sempre mediati dall’agricoltore, che considera i diversi alti e bassi. Essi sono parte di un equilibrio che viene bilanciato in un modo particolare dalla famiglia coltivatrice. Pertanto, tendenze ambientali generali si tradurranno molto spesso in effetti differenziati. L’arte della coltivazione ‘e intrinsecamente collegata con la riproduzione dell’eterogeneità. A maggior ragione perché la risultante eterogeneità diviene elemento rilevante delle decisioni: provoca discussioni (quali pratiche funzionano meglio?) e può indurre cambiamenti (quando avvengono delle rotture le pratiche più resilienti possono ispirare altri e così divenire un sostegno per transizioni più ampie).

Pur tenendo conto dell’eterogeneità delle aziende contadine, secondo Ploeg si possono identificare sei caratteristiche che hanno un fondamento teorico e che possono essere validate empiricamente:

  1. l’agricoltura contadina è strutturata per produrre tanto valore aggiunto (o reddito da lavoro) quanto ‘e possibile nelle circostanze date. Rispetto alle altre forme di agricoltura – imprenditoriale e capitalistica – l’agricoltura contadina emerge come la più produttiva, realizzando le più elevate rese e lavorando continuamente ad ulteriori miglioramenti della propria base di risorse (formazione di capitale) attraverso il miglioramento della qualità dei terreni (concimazione naturale, terrazzamenti, costruzione di sistemi di irrigazione e drenaggio, livellamenti, arature profonde, etc.), il rafforzamento della biologia del terreno (aumentando la capacità del terreno di fissare l’azoto), il miglioramento delle razze animali allevate per renderle più produttive e più adattate alle circostanze locali (attraverso processi di selezione, incrocio e abbattimento che si estendono per lunghi periodi di tempo), costruendo nuovi edifici (per ridurre le perdite di raccolto, ad esempio), creando nuove varietà (attraverso innesti e incroci spontanei, prove e moltiplicazioni), l’ampliamento della conoscenza locale, lo sviluppo di professionalità, lo sviluppo di nuove reti relazionali. Questa creazione di valore da parte dei contadini può, pero’, risultare poco o non visibile quando il valore viene appropriato da altri soggetti, come gli imperi del cibo o lo stato. Questa appropriazione può essere così ampia da rallentare ogni crescita futura, la formazione del capitale e lo sviluppo nella campagna e anche da indurre alla disattivazione dell’agricoltura contadina (un tipo di involuzione che vediamo oggi). La questione dell’ambiente avverso ed ostile alla generazione indipendente di reddito nel breve, medio e lungo periodo.

  2. la base di risorse disponibili per ciascuna unità contadina di produzione e consumo è limitata e quasi sempre sotto pressione. In parte questo è dovuto ai meccanismi interni (ad esempio, le pratiche ereditarie che favoriscono la dispersione), in parte alle pressioni esterne sulle risorse come il cambiamento climatico e/o l’usurpazione di risorse da parte dei grandi interessi orientati all’export. Questo implica ottenere la produzione massima con le risorse date, senza compromettere la qualità di queste risorse.

  3. la risorsa lavoro tende ad essere relativamente abbondante, mentre gli oggetti del lavoro (terra, animali, etc.) tendono ad essere relativamente scarsi. La produzione contadina tende ad essere ad alta intensità di lavoro, la formazione del capitale avviene spesso attraverso investimenti lavorativi, lo sviluppo tende a dipendere dall’intensificazione del lavoro. La storia dell’agricoltura contadina ‘e la storia della continua intensificazione del lavoro, un processo che ha prodotto e produce aumenti nelle rese (“coltivare due spighe  laddove oggi ce ne ‘e una sola”).
  4. la base delle risorse non ‘e separata in elementi in opposizione e contraddittori (ad esempio, lavoro contro il capitale o lavoro manuale contro lavoro intellettuale), ma, invece, le risorse sociali e materiali disponibili rappresentano un’unità organica che viene posseduta e controllata da coloro che sono direttamente coinvolti nel processo lavorativo. E’ un’unità che si auto regola sulla base dei repertori culturali locali (vedi i bilanciamenti analizzati da Chayanov).

  5. la centralità del lavoro: la produttività e lo sviluppo futuro dell’azienda contadina dipendono fondamentalmente dalla quantità e qualità del lavoro. Da qui, l’importanza degli investimenti lavorativi (terrazzamenti, sistemi di irrigazione, edifici, miglioramenti e attenta selezione degli animali allevati, etc.) e la natura delle tecnologie applicate (orientate alla competenza piuttosto che alla meccanizzazione) e della creatività contadina attraverso la produzione di “novita” incrementali o radicali. La produzione di novità implica la creazione di nuove pratiche e di nuove conoscenze, il raggiungimento di un risultato inaspettato, ma interessante che può provocare la deviazione dalle regole (dalla tradizione). Le novità rimangono spesso nascoste all’interno delle pratiche agricole locali. La loro disseminazione può essere lenta e limitata. Pero’, le novità possono essere identificate e valorizzate da ricercatori che le testano e le sviluppano ulteriormente ed eventualmente le reintroducono, in una versione migliorata e consolidata, nel settore agricolo. La cooperazione tra coltivatori e scienziati/tecnici può essere un meccanismo molto potente. Ma dopo la Seconda guerra mondiale questa è stata più un’eccezione che la regola: i contadini sono spariti dal quadro, il sapere degli scienziati/tecnici ha di fatto espropriato il sapere dei contadini, imponendo il proprio – agricoltura chimica dei fertilizzanti e dei trattamenti (in sostituzione all’agricoltura delle rotazioni, della concimazione naturale, della biologia del terreno e delle coltivazioni miste/promiscue), meccanizzazione/industrializzazione, energie e carburanti fossili, Green Revolution, Ogm, “Holsteinizzazione” degli allevamenti, brevettazione dei semi e delle pratiche, etc. – in un percorso unidirezionale poco amichevole perchè supportato e funzionale all’egemonia degli imperi del cibo. Tutte evoluzioni e codificazioni che hanno reso i contadini sempre più dipendenti dal potere dei mercati, rafforzando il rapporto di subordinazione agli imperi del cibo. L’agroecologia sta attualmente seguendo la strada di costruire a partire dalle novità e sviluppandole in miglioramenti applicabili in modo più ampio.

  6. la specificità delle relazioni esistenti tra l’unità di produzione contadina e i mercati con la ricerca di una riproduzione relativamente autonoma (flussi e cicli di scambio, cooperazione, dono e mercato).


Bibliografia

Chayanov Alexander V., The theory of peasant economy, Homewood, 1966.

Ploeg van der Jan Douwe, Peasants and the art of farming. A Chayanovian Manifesto, Fernwood Publishing, Halifax and Winnipeg, 2013.

Shanin Theodore (a cura di), Peasants and peasant societies, Harmondsworth 1971, Oxford 1987².

Wolf Eric R., Peasants, Englewood Cliffs, N. J., 1966.

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