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Alessandro Carucci, neo laureato con una tesi dal titolo “Smart Valley 100% Bio Valposchiavo: un progetto di territorialità sostenibile” collabora con la Scuola Ambulante di Agricoltura.


Agro-ecologia

Il XX secolo è stato molto complesso e intenso. Un’intensità che va colta al meglio osservando alcune statistiche: è in questo secolo che per la prima volta nella storia umana la quantità di energia prodotta artificialmente ha superato quella naturale garantita dal funzionamento degli ecosistemi. Imponenti flussi di genti verso le città hanno determinato il sorpasso della popolazione urbana rispetto a quella rurale. Le ricchezze prodotte dalle dinamiche interne al mercato finanziario hanno superato quelle generate dal mondo della produzione e dell’economia reale. In determinate aree del Pianeta l’inquinamento di suolo, acqua e aria ha superato la capacità di una loro riproduzione da parte degli ecosistemi.

Così facendo, gli indubitabili progressi avvenuti nel campo della tecnologia, della meccanica e della chimica rischiano di risultare inutili in quanto inapplicabili in un ambiente così fortemente degradato nelle sue risorse. Lo United Nations Environment Programme (UNEP) ha stimato che perseverare in un uso non sostenibile delle risorse che vanno ad alimentare la produzione agricola (acqua, aria, terra, biodiversità) determinerà una perdita di produttività delle terre globalmente coltivate di circa lo 0,2% ogni anno. Oggi risulta quindi quanto mai opportuno passare ad un nuovo approccio in agricoltura che dev’essere sistemico.

Si afferma, verso la fine degli anni Ottanta e nel corso degli anni Novanta, una pratica che assume i valori, i principi e i modelli di pensiero della bioeconomia allo scopo di applicarli in agricoltura: l’agro-ecologia. Si propone così un’alternativa al modello dell’agricoltura convenzionale (industriale) e cresce velocemente il numero di pubblicazioni ad essa riferito, dibattiti, convegni e scelte di carattere da una parte sempre più consistente di agricoltori, ricercatori, operatori del sistema agroalimentare.

L’agricoltura ecologica favorisce un ambiente equilibrato, dove avvengono produzioni sostenibili, in cui la fertilità del suolo è regolata biologicamente all’interno di diversi sistemi agro-ecologici e dove esiste un utilizzo diffuso di tecnologie a basso impatto (ambientale, energetico, sociale).

La strategia è basata sui principi dell’ecologia: riciclo ottimale dei nutrienti e rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e del suolo, equilibrio tra parassiti e nemici naturali. L’idea è di sfruttare le relazioni naturali e sinergiche che si attuano nelle varie combinazioni di colture, alberi ed animali. Sfruttando in maniera funzionale la biodiversità locale è possibile infatti provocare le naturali collaborazioni interne al sistema agro-ecologico, intendendo cioè servizi ecologici quali l’attivazione della micro-vita del suolo e il riciclo dei nutrienti.

L’idea centrale dell’agricoltura ecologica è che i campi coltivati sono anche loro, in piccolo e nella loro essenza, ecosistemi in cui avvengono processi ecologici localmente specifici: il ciclo delle sostanze nutritive e dell’energia, le interazioni predatore-preda, la competizione, il commensalismo, le successioni.

Agrigiani

Agro-ecologia 

“non solo pone accento sulle relazioni e sui flussi che riguardano l’ecosistema, ma studia la struttura, le funzioni e le dinamiche. Conoscendo e comprendendo meglio l’agroecosistema nella sua essenza, è possibile gestirlo al meglio, mantenendone le funzioni produttive e di servizio ecosistemico, con impatti negativi minori o nulli sulla società e sull’ambiente, a vantaggio dell’autonomia e della sostenibilità. Il nuovo paradigma affonda le sue radici non solo nella teoria dei sistemi, ma anche nell’insieme di ricerche teoriche e pratiche di integrazione dei numerosi fattori che costituiscono o influenzano l’agricoltura” (Bocchi, 2015, p.77).

Al contrario, la ricerca agronomica dal secondo dopoguerra in poi si è primariamente concentrata sugli effetti che le pratiche di gestione del suolo, delle piante, dell’acqua, degli animali potevano esercitare sulla produttività delle colture. Possedendo un approccio fortemente focalizzato sulla produzione sono stati presi in esame particolari aspetti della coltura (come la concimazione o la difesa contro i parassiti). L’attenzione è stata posta sul prodotto, non sul processo produttivo da cui il prodotto è originato, tantomeno sul sistema più esteso in cui questo processo è inserito.

Si osservava così la tendenza dei ricercatori a una forte specializzazione: generazioni di studiosi preparate a produrre ottimi risultati, ma circoscritti in un determinato ambito, senza avere la piena considerazione del complesso sistema in cui questi risultati sarebbero stati da applicare.

I buoni risultati ottenuti in alcune aree del Pianeta hanno però creato l’illusione che fosse possibile trovare spiegazioni e soluzioni generalizzabili e stabili (one size fits all) nonostante la profonda diversità delle situazioni ambientali del mondo agricolo, che cambiano e rispondono di volta in volta in maniera diversa da territorio a territorio. Illusione che, purtroppo, è stata l’origine degli errati modelli di espansione del modello agro-industriale, non consentendo di comprendere gli specifici e diversificati bisogni degli ecosistemi e generando così le condizioni per il deterioramento delle risorse naturali ed i mutamenti climatici oggi osservabili.

Invece l’agro-ecologia, come nuova disciplina proposta, ha il carattere di un approccio che tende a integrare e a includere diversi settori di studio: dall’agronomia, all’antropologia, alla sociologia, all’economia.

La Penda

Agricoltura in crisi

Nel suo libro Agroecology, Stephen R. Gliessman riconosce che l’agricoltura ha saputo rispondere, nella seconda metà del XX secolo, alla crescente domanda di cibo da parte di una crescente popolazione. Le rese produttive unitarie (t/ha) di alimenti base come riso e frumento sono effettivamente aumentate in modo straordinario, i prezzi sono diminuiti, il ritmo di crescita della produzione del cibo ha superato quello di crescita della popolazione, la fame cronica è diminuita in molte aree del mondo (sebbene non in tutte poiché, è bene ricordarlo, esistono ancora oggi al mondo 200 milioni di persone che soffrono la fame). Le innovazioni scientifiche e tecnologiche, incluse la costituzione di nuove varietà coltivate, l’uso di fertilizzanti e fitofarmaci, la diffusione e il miglioramento delle infrastrutture irrigue, hanno portato a miglioramenti evidenti.

Gliessman rileva però un aspetto fondamentale: la sfida malthusiana, che consiste nel produrre alimenti sufficienti per una popolazione crescente, si ripresenta sebbene in un quadro nuovo e diverso. Le stesse tecniche, innovazioni, pratiche e politiche che hanno permesso straordinari aumenti di produzione e produttività per le principali colture hanno allo stesso tempo danneggiato fortemente e paradossalmente le fondamenta ecologiche di quella stessa produttività. In qualche modo hanno contribuito a sovra-sfruttare e a degradare le risorse naturali dalle quali dipendono la vita sul Pianeta e di conseguenza l’agricoltura, rispetto alla quale hanno inoltre indotto una profonda e pericolosa dipendenza dai fattori esterni quali le energie fossili (petrolio) e altre materie prime non rinnovabili ed in rapido esaurimento.

Le sette pratiche basilari sulle quali è stata sviluppata l’agricoltura convenzionale:

1 – le intense lavorazioni del terreno

2 – la monocultura

3 – l’irrigazione

4 – l’applicazione di fertilizzanti minerali

5 – il controllo chimico dei parassiti

6 – la manipolazione genetica delle piante e degli animali

7  – l’industrializzazione dell’azienda agraria.

Queste vanno a delineare un quadro dove la filiera produttiva è programmata e gestita al pari di un processo industriale al cui interno piante e animali svolgono il ruolo di componenti fornitrici di output, che possono essere incrementati aumentando gli input.


orto sinergico

Secondo il parere di Gliessman, il sistema ha anche progressivamente impoverito la figura dell’agricoltore, che da figura centrale che attua un continuo presidio, fornisce assistenza e pratica interventi funzionali all’interno di un sistema dinamico e complesso come quello agricolo, viene ridotto al ruolo di agricoltore-operaio il cui compito si riduce spesso e soltanto a svolgere la mansione di autista di macchinari agricoli, espropriato com’è della sua autonomia di azione e di impresa che si traduce nella perdita di quella conoscenza agronomica dalla tradizione millenaria.

il nuovo paradigma dell’agro-ecologia

modificare l’approccio della cosiddetta agricoltura convenzionale che, con l’unico (limitato) scopo di massimizzare sia la produzione sia i profitti, ha promosso determinate tecniche e pratiche senza considerare le conseguenze di lungo termine e le complesse dinamiche ecologiche proprie di ogni ecosistema, anzi di ogni singolo campo coltivato.

Di fronte a queste problematiche la sfida, ad oggi, consiste nel rendere l’agricoltura sia ecologicamente (e socialmente) sostenibile sia altamente produttiva. Essa non può essere affrontata rifiutando completamente e semplicemente le pratiche convenzionali e tornando a tecniche del passato perché, nonostante l’agricoltura tradizionale del passato possa fornire modelli e tecniche interessanti per sviluppare processi produttivi sostenibili in futuro, non sembra affatto adatta a rispondere alle esigenze dei grandi contesti urbani, le ‘città infinite’ per usare un’espressione di Bonomi, o del mercato globale.

Oggi serve semmai un approccio che possa recuperare parte di queste tecniche, che erano attente alle risorse locali ed erano adottate da aziende agrarie di dimensioni piccole e medie, e che si sviluppi a partire da una moderna conoscenza ecologica supportata dalle tecnologie e dalle innovazioni attuali. Questo approccio è oggi interpretato dall’agroecologia, o agricoltura ecologica, che si fonda su metodi e principi ecologici, che fornisce la conoscenza e la metodologia necessarie per rispettare l’ambiente e per aumentare la produzione e il reddito dell’azienda agricola nel medio-lungo termine. L’agricoltura ecologica ha una sua immediata applicazione a livello di azienda agricola. Ma ogni azienda agricola è parte integrante di un sistema più ampio, ovvero il territorio sul quale poggia, risultato dell’interazione tra il complesso delle attività dell’uomo e l’ecosistema naturale in una specifica area geografica.

Sistemi agroalimentari locali a valenza identitaria - il Mais Spinato di Gandino


Agricoltura biologica

L’agronomo Stefano Bocchi sostiene che l’agricoltura può essere definita come l’insieme delle azioni volte ad amministrare e a tutelare le risorse produttive fornite dagli ecosistemi (ed questi termini l’agro-industria si esclude automaticamente dalla sua definizione) e la cui struttura è una complessa e dinamica espressione del risultato delle spinte di una tettonica a placche socioeconomica ed ecologica che l’ha resa un complesso sistema dinamico organizzato a sua volta su altri sistemi in modo gerarchico:

  • Il primo, ovvero l’insieme delle specie vegetali e animali coltivate e allevate all’interno di un’area;
  • Il secondo, il sistema complessivo delle colture e degli allevamenti gestiti che formano l’azienda agricola;
  • Il terzo, l’insieme delle aziende agricole presenti in un territorio che vanno a formare il sistema agrario della zona;

Agro-ecologia e agricoltura multi-funzionale Servizi di fornitura quali cibo, fibre, carburanti, farmaci, risorse territoriali, risorse paesaggistiche; Servizi di regolazione in quanto l’agroecosistema attraverso il suo funzionamento regola la qualità dell’aria, influisce sul ciclo dell’acqua e degli elementi (carbonio, azoto, magnesio ecc.), funge da filtro nei confronti degli inquinanti, protegge uomo, animali e suolo da fenomeni dannosi; Servizi culturali costituiti da beni materiali ed immateriali ricavati dall’uomo nella sua relazione con l’agroecosistema attraverso lo sviluppo di attività tecniche, cognitive, ricreative o spirituali; Servizi di supporto necessari alla creazione e al mantenimento dei servizi ambientali come la fertilità dei suoli.

Momenti leguminosi a Codera (SO) - Patrizio Mazzucchelli di Raetia Biodiversità Alpine


Questo approccio sistemico sembra essere quello più indicato per comprendere le caratteristiche del nuovo approccio in agricoltura fornito dall’agro-ecologia e della moderna azienda agricola che lo abbia adottato attraverso un sistema di conduzione delle colture o degli allevamenti di tipo biologico. Ed ecco un altro termine fondamentale per comprendere a fondo i temi che stiamo trattando. Quindi, cosa si intende con agricoltura biologica?

L’AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) ne dà una definizione nei seguenti: “con l’espressione agricoltura biologica si definisce un sistema di coltivazione e di allevamento che ammette l’impiego di sostanze naturali, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica, definiti fitocomposti o per meglio dire agro-farmaci (concimi, diserbanti, insetticidi). L’agricoltura biologica è tesa ad evitare lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria, utilizzando invece queste risorse in un modello di sviluppo che possa durare nel tempo. Per salvaguardare la fertilità naturale di un terreno gli agricoltori biologici utilizzano materiale organico e, ricorrendo ad appropriate tecniche agricole, non lo sfruttano in modo intensivo.
Per quanto riguarda i sistemi di allevamento, si pone la massima attenzione al benessere degli animali, che si nutrono di erba e foraggio biologico e non assumono antibiotici, ormoni o altre sostanze che stimolino artificialmente la crescita e la produzione di latte. Inoltre, nelle aziende agricole devono esserci ampi spazi perché gli animali possano muoversi e pascolare liberamente.”


fotografia di Dario Fusaro, scattata durante e per Orticolario 2015

La fondamentale caratteristica è che in agricoltura biologica non si utilizzano sostanze chimiche del tipo concimi, diserbanti, insetticidi o pesticidi.

Le coltivazioni vengono rese resistenti in via preventiva, selezionando quelle varietà di specie più forti e utilizzando le appropriate tecniche agronomiche. Tra queste, l’antica pratica della rotazione delle colture, i cui benefici sono da comprendere a partire dal fatto che non coltivando continuamente sullo stesso terreno la stessa pianta da un lato si impedisce ai parassiti di adattarsi a quel particolare micro-ambiente e dall’altro si utilizza in modo più intelligente e meno intensivo la fertilità dei suoli. Tra le altre, la messa a dimora di alberi e siepi che contribuiscono a creare paesaggio e danno ospitalità ai predatori dei parassiti; oppure la consociazione, in cui si coltivano in parallelo ed in sequenza piante indesiderate per i parassiti delle vicine.

I fertilizzanti utilizzati, recuperando la tradizione agricola millenaria, sono naturali come il letame unito ad altre sostanze organiche (sfalci, ecc.) oppure i sovesci, ovvero mix di terreno e piante dalle fibre ricche di minerali che vengono seminate allo scopo come trifoglio e senape.

In caso di attacchi, per la difendere le colture si interviene sempre con sostanze naturali: estratti di piante, insetti utili che predano i parassiti, farina di roccia o minerali naturali per correggere l’equilibrio delle caratteristiche chimiche del terreno.

Ma queste tecniche biologiche e certamente ecologiche sono anche in grado di garantire quella produzione che è necessaria al giorno d’oggi? A questo proposito è recentemente emerso uno studio ad opera del Rodale Institute (associazione no-profit che opera nel campo delle ricerche e degli studi inerenti l’agricoltura biologica sin dal 1947) intitolato Farming Systems Trial-FST, uno studio iniziato nel 1981 che presenta il confronto di più lunga durata mai effettuato in merito al rendimento, all’efficienza energetica e quindi alla redditività complessiva derivante da una transizione da agricoltura convenzionale (supportata dalla chimica) ad una biologica, divenendo uno dei più validi, forse il più valido, elemento di confronto dei risultati a lungo termine tra i due differenti sistemi di conduzione agricola.

Sinteticamente, dallo studio emerge che inizialmente si registra un calo non particolarmente significativo dei rendimenti biologici rispetto a quelli convenzionali durante i primi anni di transizione, mentre in seguito il sistema biologico recupera rapidamente i livelli di redditività sino ad eguagliare nella maggioranza dei casi, e in alcuni casi a superare, il sistema condotto su schema convenzionale. Unitamente allo studio del Rodale Institute, altre università e centri studi hanno realizzato analisi di lungo termine nel corso degli anni. Tutti questi studi concordano nel concludere che l’agricoltura biologica rappresenti un sistema di conduzione agricola più redditizio, in grado di restituire e anzi incrementare la fertilità del suolo e dai livelli di produzione certamente paragonabili a quelli ottenuti dai sistemi agro-industriali.

Come per le coltivazioni, anche l’allevamento biologico segue criteri precisi e anche nel comparto zootecnico le direttive sono ben precise. Gli animali devono essere alimentati attraverso prodotti vegetali a loro volta ottenuti con metodi di produzione biologici, preferibilmente provenienti dall’azienda stessa o dall’areale in cui l’azienda biologica risiede; la dieta deve essere strutturata secondo i fabbisogni nutrizionali degli animali. In particolare, il 100% degli alimenti deve essere di origine biologica controllata, tuttavia è consentito l’impiego di alimenti non biologici fino al limite massimo del 10% per i ruminanti e del 20% per gli altri animali.

Allevamento Biologico – non possono mai essere somministrati

1 – stimolatori di crescita

2 – stimolatori dell’appetito sintetici

3 – conservanti

4 – sottoprodotti animali come le farine di pesce

5 – organismi geneticamente modificati

6 – vitamine sintetiche

L’allevamento degli animali è strettamente legato alla terra esistente nel senso che il numero dei capi allevabili è stabilito a partire dalla superficie disponibile.

I sistemi di allevamento devono soddisfare i bisogni fisiologici degli animali in quanto devono consentirgli di vivere secondo il loro comportamento naturale e garantirgli condizioni di vita adeguate. In particolare, le strutture devono essere salubri, di dimensioni adeguate rispetto al volume del bestiame e devono consentire l’isolamento degli animali che necessitano di cure veterinarie.

Sono vietati il trapianto degli embrioni e l’uso di ormoni ed anche l’impiego di razze ottenute mediante manipolazione genetica; tutte le operazioni che conducono alla macellazione devono essere condotte senza brutalità; il trasporto del bestiame deve essere il più breve possibile per non stancare gli animali; il momento dell’abbattimento deve limitare la tensione. Per quanto riguarda le razze, è preferibile allevare razze autoctone in quanto rispondenti e adattate alle caratteristiche dell’ecosistema locale (condizioni ambientali, presenza di vegetali e insetti, ecc.) e resistenti alle malattie.


Monorotaia a Scilla

In sintesi è una questione di equilibrio: nella traduzione anglosassone di azienda agricola biologica, che diventa organic farming, l’aggettivo ‘organico’ non è utilizzato per indicare unicamente la natura dei fattori produttivi impiegati nell’attività (sostituiti a quelli chimici utilizzati nell’agro-industria moderna) ma in misura maggiore e più profonda sta ad indicare il complesso organismo rappresentato dall’azienda agraria che è inserito nel più vasto ecosistema di riferimento di cui è parte fatto di cicli, flussi e, soprattutto, equilibri da rispettare e in cui tutti gli elementi in atto concorrono alla creazione di un sistema logico, autoregolato e resiliente. In una parola, equilibrato.

L’azienda biologica, ponendosi in modo costitutivo nel quadro di riferimento dato dal nuovo paradigma agro-ecologico, acquisisce lo stato di ‘piccolo agroecosistema’ dotato di struttura, funzioni e dinamiche peculiari ma organiche. Infatti il suo funzionamento è basato sulle relazioni tra gli elementi produttivi (coltivazioni e allevamento) e l’ambiente in cui questi sono inseriti (composizioni chimico-fisiche e biologiche di acqua, aria, suolo ecc.) ed è legato alle scelte gestionali ed agronomiche dell’agricoltore che a loro volta sono dipendenti dalle ancor più vaste dinamiche socioeconomiche e culturali in atto e dai flussi di capitale, energia, materia, tecnologia e informazione circolanti nell’intero contesto territoriale. Poggiandosi su questi modelli di riferimento, l’azienda a conduzione biologica rifiuta le monoculture, promuove la biodiversità, valorizza varietà vegetali e razze animali locali, si propone l’obiettivo di integrare le competenze delle comunità locali con le scoperte e l’innovazione fornite dalla ricerca e dalla tecnologia moderna. E’ evidente che un approccio di questo tipo rappresenta un passo in avanti ed una riflessione più complessa rispetto alla visione specialistica tipica dell’agricoltura convenzionale.

Nel paradigma dell’agricoltura ecologica si applica quindi una visione olistica, che parta dalla considerazione dell’esistenza di uno scenario ecosistemico complessivo, che sappia comprendere le relazioni, i flussi, i cicli che danno vita e che sono causa dei fenomeni in atto.

orti sociali


Riferimenti

Benvenuti nell’Agricoltura industriale di Carucci Alessandro

Bio-distretto di Alessandro Carucci

Smart Valley 100% BIO Valposchiavo: un progetto di territorialità sostenibile di Alessandro Carucci


 Fine 🙂

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