di Alfonso Pascale, Presidente Centro Sviluppo Locale in Ambiti Metropolitani

L’agricoltura contemporanea è un’entità mutante che sfugge alle definizioni. È plurale, multiforme, ossimorica. In un mondo che vedrà, in tempi relativamente brevi, la gran parte del proprio territorio urbanizzarsi [1] l’agricoltura reinventa le sue funzioni, trasforma l’urbano che si è sovrapposto ad essa, assediata da nuovi miti e stereotipi che sedimentano su quelli vecchi. Tutte le trattazioni ermeneutiche che la riguardano segnalano un senso di inadeguatezza – delle diverse discipline che la incrociano – nel cogliere pienamente ciò che essa è diventata [2]. Eppure occorre ridefinirla in qualche modo, magari utilizzando descrizioni provvisorie, sperimentali, parziali. Intanto, bisognerebbe leggere attentamente le trasformazioni avvenute nelle campagne negli ultimi decenni, abbattere alcune barriere normative e chiarire taluni fraintendimenti concettuali.


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Le trasformazioni delle campagne

Gli elementi che in passato distinguevano l’urbanità dalla ruralità si sono ridimensionati e quelli che restano si sovrappongono e creano nuove differenziazioni. Le quali non hanno nulla in comune con quelle precedenti e riguardano: stili di vita, rapporti tra persone e risorse, modelli di possesso uso e consumo dei beni, abitudini alimentari, modelli di welfare, motivazioni degli imprenditori. Le nuove differenze spesso entrano in conflitto e le contrapposizioni che ne derivano rallentano i processi innovativi, determinano effetti patologici. Potrebbero, invece, convivere, dialogare e contaminarsi, in un clima di rispetto reciproco e cooperazione, ad una condizione: educandoci ad un atteggiamento laico, cioè privo della pretesa di imporre agli altri le proprie convinzioni e intransigenze [3]. Anche altre polarità che in passato influenzavano le campagne si sono fortemente attenuate fino a scomparire: centro e periferia, metropoli e aree interne hanno perduto i significati originari. E tali endiadi ora descrivono nuove entità policentriche e multi-identitarie. Le quali si presentano in modo molto differenziato, ma a segnarne la distinzione sono il capitale sociale, i beni relazionali, le reti di interconnessione e i legami comunitari.

Almeno nei paesi avanzati, il senso di marcia delle trasformazioni in atto nelle campagne sembra essere un’evoluzione dell’agricoltura da attività fortemente connotata da elementi produttivistici a terziario civile innovativo [4]. Il processo è iniziato negli anni Settanta [5]; ma solo adesso, sull’onda della crisi economica e in modo spesso distorto, l’opinione pubblica pare avvertirne la presenza.



La nuova realtà delle campagne evoca l’invenzione dell’agricoltura: essa avvenne diecimila anni fa per dar vita alle prime comunità umane stanziali. La coltivazione della terra fu inventata come servizio per poter abitare un territorio. Non già per soddisfare il bisogno di cibo, che c’era ed era in abbondanza. Coltivare,  in ebraico abad, letteralmente significa servire. L’agricoltura è, dunque, un rituale per curare il territorio e la comunità al fine di ben-vivere stabilmente in un luogo.

Accanto alle tradizionali agricolture scaturite dai processi di modernizzazione e dedite esclusivamente alla produzione food e non food, si sono reinventate multiformi agricolture di relazione e di comunità in cui le attività svolte sono intese come mezzo di incivilimento per migliorare il «ben vivere» delle persone. Agricolture perché molteplici sono le funzioni, le attività e i modelli che esse esprimono. Sono agricolture «multi-ideali» perché si riferiscono a passioni, vocazioni e concezioni del mondo plurime, da cui scaturiscono modelli produttivi e di consumo e attività molteplici.

Agricolture di relazione 

In letteratura i casi più citati sono presi dall’esperienza statunitense [6]: i mercati degli agricoltori, le cooperative di produttori, la community supported agriculture (agricoltura sostenuta dalla comunità), gli orti condivisi. In Italia, riguardano un ambito ancora più ampio e comprendono i «fazzoletti di terra» a fini di autoconsumo personale e familiare, le agricolture urbane, le filiere corte, la gestione dei demani civici e delle terre collettive e le diverse forme di agricoltura sociale praticate dalle imprese agricole e dalle cooperative sociali [7].


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Abbattere alcune barriere normative

Manca ancora un chiaro riconoscimento dell’impresa agricola di servizi. I servizi sociali, socio-sanitari, educativi, culturali e ricreativi offerti dalle imprese agricole sono ancora oggi considerate connesse a quelle di coltivazione e allevamento e non già attività agricole a tutti gli effetti. Questa barriera va abbattuta, passando al riconoscimento pieno delle agricolture plurali. Nel 2001 il nuovo articolo 2135 del codice civile ha introdotto esplicitamente, tra le attività agricole, la fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell’azienda normalmente impiegate nell’attività agricola. A questa norma fa riferimento la Legge 96 del 2006 che disciplina l’agriturismo. Ma per quanto riguarda la connessione tra la fornitura di servizi di ricezione e ospitalità e le attività propriamente agricole, introduce un criterio quantitativo di prevalenza − con particolare riferimento al tempo di lavoro – che non è previsto nella norma codicistica sopra richiamata. Al contrario, la Legge 141 del 2015 sull’agricoltura sociale introduce due elementi di discontinuità. Il primo riguarda l’ampliamento della platea degli operatori dell’agricoltura sociale a soggetti imprenditoriali che svolgono solo in parte l’attività agricola di cui all’articolo 2135 del codice civile: si tratta di quelle cooperative sociali il cui fatturato è solo parzialmente derivante dall’attività agricola. Il secondo elemento di discontinuità concerne il criterio della connessione dei servizi educativi, sociali e socio-sanitari: a differenza di quanto previsto dalla legge sull’agriturismo, per questa tipologia di servizi svolti dall’imprenditore agricolo, la connessione non è legata al principio della prevalenza. Si realizza mediante il semplice congiungimento da parte dell’imprenditore agricolo dei servizi educativi, sociali e socio-sanitari con le attività tradizionalmente considerate agricole dalle normative già in vigore.

Terziario civile innovativo 

Il connotato “agricolo” dei servizi educativi, sociali e socio-sanitari va ricercato, più che nelle attuali attività di coltivazione, allevamento e silvicoltura, nella qualità delle partnership e delle collaborazioni e nella re-invenzione della cultura agricola e rurale locale. La strada sembra, dunque, abbastanza spianata per introdurre norme che riguardino anche la fornitura di servizi di cura del paesaggio e di conoscenza del territorio svincolate da criteri di prevalenza e rientranti tra le attività agricole. Anche queste attività, per essere economicamente sostenibili, dovrebbero essere svolte da soggetti imprenditoriali in grado di organizzare e vendere servizi a soggetti pubblici o privati.


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Chiarire taluni fraintendimenti concettuali

La filiera corta non è in antitesi con l’internazionalizzazione delle imprese perché la prossimità non si ha solo quando l’esperienza del rapporto produttore/consumatore avviene nel medesimo territorio ma può essere realizzata anche tra comunità lontane che però, attraverso le tecnologie digitali, costruiscono relazioni intime, cioè collaborative; la gran parte dei demani comunali non sono di proprietà dei comuni ma sono proprietà delle popolazioni, cioè proprietà collettive, e dovrebbero essere gestite da amministrazioni separate, elette dai cittadini appositamente per organizzare servizi alle popolazioni locali.

L’idea di prossimità va rischiarata.

Nelle culture che si sono succedute e contaminate nell’area del Mediterraneo, l’idea di vicinato e di prossimità non ha mai avuto a che fare con la geografia o con le appartenenze di qualsiasi tipo, ma sempre coi doveri di reciprocità nei confronti degli altri. Nelle culture che si sono formate intorno al Mare nostrum, prossimo è colui che si prende cura e si fa carico dell’altro, indipendentemente dalle distanze fisiche e dai legami etnici, politici, religiosi e culturali [8]. Prossimo non ha nulla a che vedere con il chilometro zero o il chilometro mille, con il brand di un’associazione o con quello di un’altra, con la bandiera di una nazione o con l’emblema di un’altra, ma ha a che fare con il grado di “intimità” o di superficialità delle relazioni che le persone, le imprese e le comunità costruiscono tra di loro per convivere e collaborare. Le tecnologie digitali oggi fanno miracoli nel permettere la costruzione di relazioni “intime” tra imprese e territori di regioni e Paesi anche molto lontani. L’applicazione di tali ritrovati tecnologici consentirebbe di cogliere meglio le opportunità della globalizzazione. Non c’è contraddizione tra reti di imprese che guardano ai mercati internazionali e filiere corte. Entrambe le forme possono coesistere e interagire per mettere radici nei territori e allungare i rami verso il mondo.


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Infine, va chiarito l’equivoco dei demani civici. Essi costituiscono un patrimonio fondiario che non appartiene né allo Stato, né alle Regioni, né agli enti locali anche se talvolta è imputato catastalmente ai Comuni. Sono beni di proprietà delle collettività locali. Le proprietà collettive sono beni e diritti inalienabili, indivisibili, inusucapibili, imprescrittibili. Il loro uso non può essere per alcuna ragione modificato. Sono diritti reali di cui i residenti godono da tempi immemorabili e continueranno a godere per sempre ma in comune – cioè senza divisione per quote – per ritrarre dalla terra le utilità essenziali per la vita.

Gestione dei demani civici

Nel Centro-Nord il patrimonio collettivo viene normalmente gestito da un ente dotato di personalità giuridica. Nell’Italia meridionale e insulare viene, invece, gestito dai Comuni e si è fatto di tutto per dimenticare la sua origine. Tuttavia, oggi costituisce un’opportunità per formare una nuova società civile da responsabilizzare nella gestione sostenibile di fondamentali beni comuni. Per questo, tale patrimonio non dovrebbe essere privatizzato nemmeno nella forma dell’assegnazione ad associazioni private. In base alle normative vigenti (nazionali e regionali), tale patrimonio può essere disgiunto dalla gestione dei Comuni e gestito dall’A.S.B.U.C. (Amministrazione Separata dei Beni Uso Civico).

La nuova ruralità e l’imprenditoria multi-ideale dell’agricoltura potrebbero contribuire a dare centralità alla responsabilità e alla partecipazione come categorie sociali capaci di rompere definitivamente il circolo vizioso della cultura della dipendenza e della delega e di realizzare concretamente processi di autonomia ed emancipazione delle realtà locali.  È dunque un’opportunità per le amministrazioni locali che dovrebbero acquisire una più spiccata capacità di programmare gli interventi e di promuovere e accompagnare i percorsi partecipativi di sviluppo locale.


Note 

[1] Vedi The New Urban Agenda (2016) https://habitat3.org/the-new-urban-agenda/

[2] Vedi Adornato F. (2004), Di cosa parliamo quando parliamo di agricoltura, in “Agricoltura Istituzioni Mercati”, 1

[3] Vedi Campli M. − Pascale A. (2016), La casa comune è casa di tutti. Il dovere e il rischio del dialogo fino in fondo, Edizioni Informat, Roma

[4] Vedi Pascale A. (2015), The territory and the interaction between agricultural and environmental, socio-economical and cultural changes, in World food production. Facing growing needs and limited resources, Vita e Pensiero, Milano

[5] Vedi Pascale A. (2013), Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall’Unità a oggi, Cavinato Editore, Brescia

[6] Vedi Lyson T.A. (2004), Civic Agriculture: Reconnecting Farm, Food and Community, University Press Medford, Massachusetts

[7] Vedi Pascale A. (2015), Educarci all’agricoltura sociale. Prove di terziario civile innovativo, Gal Capo S. Maria di Leuca

[8] Vedi Sen A. (2010), L’idea di giustizia, Mondadori, Milano


Riferimenti 


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