D: Quali sono le valutazioni sul raccolto di olive del 2016?

R: La questione è che non c’è un’attenzione, prima di tutto da parte nostra, alla complessità, perché i parametri non sono più quelli storici (dove bastava che esistesse il prodotto agricolo in quanto tale), ma sono quelli congrui ed intelligenti riferiti alla soglia di tolleranza alimentare e di conformità alimentare.

Intervistato: Michele Minieri, #produttoreresistente dell’Alta Irpinia e titolare dell’Azienda Agricola Hirpus.

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Il primo dato di questa complessità su cui riflettere è il cambiamento climatico. L’ulivo, essendo una pianta mediterranea, non può durare a lungo in un clima tropicale, in un clima dove il caldo umido sta diventando la principale caratteristica. A questo primo processo dobbiamo aggiungere gli attacchi ripetuti della mosca olearia perché il clima si è mantenuto abbastanza dolce e quindi ad un certo punto è stata una sorta di tragedia, almeno nella maggior parte delle zone olivicole. Questa situazione ha poi avuto degli effetti sulla raccolta, bisognava raccogliere con ogni probabilità intorno al 15 di settembre e, invece, hanno prevalso le consuetudini, per cui la raccolta delle olive è iniziata a partire da metà ottobre. Questo per dire che ci vuole organizzazione, che bisogna agire con ferree logiche militari per fare questo lavoro. Anche quando si fanno i trattamenti fitosanitari, bisogna scegliere quelli meno invasivi e più intelligenti, quelli biologici, bisogna farli con una certa attenzione e diffonderli nel senso di coprire intere aree risparmiando così sui costi e sul tempo.

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La produzione olearia del 2016 poteva essere migliore, si poteva risolvere qualcosa rispetto alla debacle che invece c’è stata, ma ci vuole un’attenzione, una capacità, ci vuole un gioco di squadra considerevole. Le cose si fanno più difficili, ad esempio, i francesi comprano le terre in Inghilterra per mettere viti, quindi bisogna capire come adattarsi a questi nuovi scenari. Non si tratta di elaborare il lutto del cambiamento climatico, bisogna capire come risolvere i tanti problemi che ci sono. Le colline appenniniche dell’Irpina, ad esempio, sono segnate dal disastro industriale delle pale eoliche che ha deturpato l’unica parte d’Italia che non era stata ancora cementificata. Hanno trovato una forma per invadere questo paesaggio collinare e oggi, fortunatamente, il fenomeno si sta ridimensionando.

Siamo quindi in una situazione di estrema difficoltà e chi ha gioco in tutto ciò? Chi fa industria alimentare: l’agro industria alimentare, che gioca su una disponibilità di capitali enormi, su una capacità distributiva notevole e quindi, automaticamente, in assenza di una nostra capacità organizzativa, “siamo fuori gioco”.

D: quali politiche a sostegno dell’olivicoltura?

R: Parto dicendo che c’è una ineguatezza rispetto al patrimonio che abbiamo. Abbiamo circa 500 varietà olivicole, abbiamo la storia dell’olivicoltura e siamo riconosciuti nel mondo come la patria dell’olio. Abbiamo certamente la più grande capacità di ricerca per quanto riguarda la tecnologia estrattiva. E noi invece di curare questa dote, questo passato e questa enorme varietà di ecotipi ci siamo persi.

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Le fotografie sono state realizzate durante la stagione 2016 di raccolta delle olive a Carife (AV) presso l’Azienda Agricola Hirpus 

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La Spagna invece che cosa ha fatto? Ha fatto l’olio per i supermercati e ha fatto bene, ci ha praticamente surclassato. La Spagna fa un altro lavoro rispetto a noi. L’Arbequina, la varietà più importante dell’Andalusia, dove occupa più di 55.000 ettari, è una cultivar che fruttifica sulla base del germoglio annuale. Viceversa, la nostra cultivar, l’Ogliarola, fruttifica in un ciclo di tre anni. Quindi, noi siamo un’altra cosa, anche se gli olivicoltori pugliesi stanno piantando l’Arbequina visto che sono dei grandi innovatori. La Spagna fa le cose che sa fare e fatte bene, ha ereditato una superficie, quanto la Calabria, e con i finanziamenti pubblici si è messa nel mercato in maniera congrua. Possiamo di conseguenza dire che siamo due cose diverse noi italiani rispetto agli spagnoli.

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E lo stesso dicasi quando si parla di altri prodotti come il pomodoro, le conserve o il vino. C’è tutta una storia da considerare. La polpa di pomodoro industriale non è paragonabile all’altra polpa di pomodoro, cioè si chiamano allo stesso modo ma sono due cose diverse.

Per questo dico che noi abbiamo paura di noi stessi e celebriamo le nostre incapacità nel saper comprendere e valorizzare questo patrimonio di biodiversità che può rappresentare qualcosa di enorme a livello economico. Non c’è la capacità “democratica” di diffondere le informazioni, di capitalizzare, di socializzare, di lavorare insieme. Le multinazionali, ad esempio, perché sono tali? Perché 50mila persone fanno la stessa cosa, marciano verso lo stesso obiettivo. Noi non ne siamo capaci e, quindi, siamo fuori-mercato come sistema Italia e soprattutto come agricoltura.

L’organizzazione lavorativa delle multinazionali passa attraverso parecchie menti, noi rantoliamo nelle nostre individualità e questo è un altro problema.

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D: Che ruolo può giocare la biodiversità olivicola nel generare valore economico?

R: Noi abbiamo un patrimonio di germoplasma olivicolo che non ha nessun altro al mondo e, infatti, gli spagnoli lavorano sulla base dei nostri segni storici: è come se avessero il prototipo gratis e di questo nessuno ne parla. Non siamo capaci neanche di custodire quello che ci è stato trasmesso, lo svendiamo, facciamo delle micro associazioni che poi sono solo frequentate da dei puristi. La parte pubblica fa il suo lavoro che è quello di mantenere tendenzialmente se stessa, concentrata sul proprio ruolo burocratico e molto meno sullo sviluppo di funzioni, sulla governance.

Noi viviamo in un posto unico al mondo, fatto di vulcani, catene montuose, storie di comunità, etc., è come se avessimo a disposizione un continente. L’Italia per quanto piccola ha più livelli, più storia, va quindi fatto questo lavoro per valorizzarla.

Così come è successo con l’abbigliamento, nessuno immaginava che le sarte di paese facessero le migliori cose al mondo, noi possiamo fare questo con il cibo. E l’alimentare può essere questo e deve essere questo. Il vino fa testo a sé perché non ha nulla più a che vedere con l’alimentazione, e quasi un fatto non più agricolo, tanto è vero che ha l’Iva al 22%, non lo considero rappresentativo delle complessità agricole.

D: Raccontaci perché sei tornato a Carife da “ritornante”, oltre 20 anni fa

R: Perché mi piaceva l’olio, per una considerazione di abitudine verso un certo tipo di olio che non ho mai più trovato. Ad un certo punto mi sono reso conto che questa unicità nel rapporto con l’olio mi creava un vuoto e l’unica soluzione era farselo, questo è il motivo.

D: che cosa si coltiva in Irpinia?

R: Qui si coltivano olivi nelle varietà Ogliarola, Ravece e poi anche la Rotondella di Carife. Ci sono le orticole, che qui ci son sempre state. Noi lavoriamo su semi antichi e riproducibili, diffusi in Campania che probabilmente è il posto al mondo dove c’è più biodiversità orticola. C’è, per esempio, gente che vive selezionando le cipolle, sapendo come farlo, meglio dei laboratori bio-tecnologici olandesi. Ma tutto questo è come se fosse solo una cosa hobbistica, c’è lo Stato, ci sono i burocrati, ci sono i politici e ci sono quelli che si sporcano le mani. E invece tutto questo è economia. Quindi non si dà la giusta valorizzazione perché se si vuole implementare un laboratorio sementiero ci vogliono due milioni di euro. In questo caso l’unica cosa buona che lo Stato può fare è coadiuvare o finanziare queste storie, legalizzarle, cosa che finora non è accaduta.

D: Parlaci della tua Azienda Agricola Hirpus

R: Nel tempo abbiamo cercato di valorizzare questi terreni lavorati sempre con la manualità, cercando di mantenere questa specificità di un’agricoltura naturale per cui non usiamo chimica di sintesi. Abbiamo 12 ettari di ulivi e poi ci sono le ortive, le melanzane, i pomodori, la zucca, campana i peperoni, l’aglio, i fagioli, un bel po’ di legumi, i ceci, le noci e le castagne, a volte mettiamo del grano. Hirpus è un’azienda agricola che non ha una mono funzionalità, dipende dalle circostanze. Oltre l’olio faccio anche i sott’olio, ci deve essere una diversificazione complicata rispetto a quello che si fa perché se io quest’anno, per esempio, mi attestavo solo sull’olio dovevo chiudere.

D: Da dove nasce l’idea di produrre l’olio di Ravece che ti ha dato tanta notorietà?

R: Vent’anni fa feci un corso in cui ci indirizzarono verso la prospettiva del monovarietale e cioè l’olio fatto con una sola tipologia di olive, e il prodotto dell’oliva Ravece è uno dei migliori in Italia perché ha una nota armonica. Quest’anno forse non lo assaggeremo così come lo conosciamo visto come è andata la stagione, ma ha una sorta di delicatezza nella consistenza, ha questo erbaceo, un olio dalla complessità probabilmente unica, un olio che ha l’armonia come dato considerevole rispetto, ad esempio, la Nocellara del Belice, un olio prossimo alla Ravece che si presta ad essere anche un oliva da tavola ma che rispetto alla Ravece ha meno struttura perché qui, a volte, in alcuni anni, arriviamo anche a meno 8 gradi, ed è risaputo che l’escursione climatica è un fattore di stress ma anche di qualità.

Noi abbiamo contribuito a valorizzare questa cultivar e a diffonderla. Il mio merito è quello di essere stato il primo a scrivere ravece sulla bottiglia di olio. Ora ci sono le Dop, ho pure contribuito a farle, non me ne pento ma non credo che aiuti. L’Irpinia fa l’1% dell’olio italiano e il 10% di quello campano, vale produttivamente come metà della città di Andria in Puglia e cioè 50 tonnellate di olio. Quindi ci vorrebbe tutta l’Irpinia per avere senso commerciale per avere anche il prezzo, perché una cosa è se tu contratti personalmente e una cosa è se tratti come sistema territoriale. Infatti chi ordina e chi lavora in un certo modo e in certo mondo inizia a parlare di 5mila quintali, 10mila, in multipli.

Pertanto quello che manca è un’idea collettiva seria con intenti chiari. Noi non siamo un’unità, siamo un aggregato disgregato tra l’altro, che sotto un profilo di potenzialità (di quello che si può fare) è zero. Io ho tentato diverse volte ma sempre in maniera fallimentare di creare un aggregato positivo. Insomma se tu non hai un prodotto che costituisca un’unità in modo tale che il mercato lo percepisca vai a vuoto e non realizzi nulla; c’è sempre la storia dei soldi che ti danno attraverso i contributi, che comunque fanno sempre bene, ma io punterei all’emancipazione della sovvenzione, perché la sovvenzione è molto discrezionale.

D: da dove viene Hirpus il nome che ha scelto per l’azienda?

R: Il nome “Hirpus” ha a che fare con questo luogo, che dovrebbe significare lupo, da cui Irpinia terra dei lupi. Il lupo era un animale esoterico di una tribù sannita, loro avevano queste migrazioni sacre, le primavere sacre, dove molti giovani, a causa delle scarne condizioni di vita, dovevano andarsene per forza, dovevano lasciare il luogo di origine per andare a conquistare. Era il mito della guerra, della conquista. Nel tempo fare la guerra è diventato un lavoro e questa è diventata la zona storicamente con più abilità militari, vendendo la loro abilità guerriera agli altri.

Il nome è quindi il riconoscimento di questo luogo classico, interessante, con ottime capacità enogastronomiche; è un luogo da vagliare sia sotto un profilo storico che geografico e gastronomico.

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D: chi compera il tuo olio? …

R: Quando ero sulle Guide dell’Olio lo acquistavano Pichiorri, Vissani e lo esportavo in Giappone. Mi sono reso conto però che era meglio avere a che fare con la casalinga che ti prende 20 litri e ti paga immediatamente, che ti riconosce il lavoro e ti fidelizza nel tempo. Abbiamo clienti in tutt’Italia, anche qualcosa all’estero, ma lavoriamo in maniera molto sottostimata. Prendo parte anche a dei mercati agricoli, e ad alcune iniziative annuali come la Terra Trema del Leoncavallo a Milano con uno spazio dedicato ai coltivatori e Enotica a Forte Prenestino a Roma. Sotto un profilo dei mercati non abbiamo grossi problemi. Il problema è creare una struttura che vada oltre, in grado di capitalizzare al massimo tutto quello che c’è per creare economia, per creare lavoro. E questo non riusciamo a farlo.

D: Il mercato agricolo è secondo te la formula migliore per conoscere e promuovere i prodotti e i produttori resistenti?

R: Sì, poi c’è stata una sorta di inflazione di questi mercati agricoli a vendita diretta. Io non ho un atteggiamento elitario ma considero profondamente illegale dare degli spazi pubblici per i mercati a delle Associazioni e non a chi vuole partecipare. I mercati dovrebbero raccogliere i singoli produttori e non solo quelli che aderiscono ad un’Associazione perché significa escludere tutti gli altri. Coldiretti può anche rappresentare il 90% dei produttori, ma il restante 10% non può essere escluso.

Noi ci basiamo su questa cosa diffusa che sono i mercati urbani che sono fondati su un’equazione illegale. Invece cosa succede in posti dove hanno idea di cosa significa lo stato di diritto? A Londra hanno gli spazi, che sono pubblici ed il Comune li gestisce ed i produttori nel raggio di 300 km possono andarci rispettando le regole, senza alcuna mediazione. In Italia manca il rapporto diretto col singolo, non è proprio considerato.

Si è creata un’inflazione e quando la stampa parla di agricoltura si riferisce alla Coldiretti, ma non è esattamente così. La Coldiretti con il fallimento del sistema dei Consorzi Agrari doveva chiudere, non aveva più legittimità di esistere in quanto organizzazione agricola perché hanno combinato le peggiori cose. Su queste basi non può nascere nulla di consistente. Ci deve viceversa essere un diritto al cibo sano che è fatto anche dai tanti produttori resistenti.

D: Quali sono i progetti futuri?

R: Noi viviamo giorno per giorno, non sappiamo mai bene cosa può accadere, siamo come in alto mare, in difficoltà, con le burrasche, quindi il futuro non lo puoi mai immaginare bene, devi solo sperare che con fortuna, con abilità, con perizia arrivi in porto. Nel momento in cui sei in piena tempesta che futuro puoi immaginare? Quello a cui ambisco è diffondere questo tipo di cibo, le persone dovrebbe mangiare in maniera accessibile, diffusa e per bene. I carcerati, gli inabili sono i primi a dover mangiar bene. Questa in Italia potrebbe essere una rivoluzione importante, non Slow Food che fa le nicchie, ma bisogna fare il contrario di Slow Food: andare nelle carceri, negli ospedali e fornire del cibo buono, anche ai poveri e a chi non vuole e non sa cucinare, bisogna strutturare una cosa del genere. Questa è la mia idea non so se è il futuro. Spero che si possa realizzare e lavoriamo cercando anche di creare delle aggregazioni virtuose, perché gli affari si fanno in due, non si fanno a discapito dell’altro. Se non c’è questa idea che gli affari si possano fare in maniera diffusa non c’è né capo né coda. Quindi la dimensione agricola deve diventare un’affare di tutti e in tutti i sensi.

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Pausa pranzo durante la stagione 2016 di raccolta delle olive a Carife (AV) presso l’azienda Hirpus

Fine 🙂

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