Mi è capitato più volte quando occasionalmente dialogo con persone fuori dal settore agricolo, ascoltare l’osservazione che “i giovani si stanno avvicinando all’agricoltura” e che tale attività riscuote un certo successo e risulta interessante ed attrattiva, se non proprio alla moda. Ebbene, questa immagine è contraddetta dai dati statistici ufficiali. Sembra che l’opinione pubblica sia fuorviata dalla comunicazione prevalente nel nostro settore che, in primo luogo, mira a conquistare spazi di visibilità a chi li propina, puntando su argomenti di facile presa.

Oggi, si direbbe che le notizie diffuse, purtroppo anche da superficiali attori istituzionali, siano “bufale” o fake news, ove si preferisse ricorrere al diffuso termine inglese.
Propagare false informazioni sul fenomeno del ritorno dei giovani come manager di aziende agricole non è corretto, anzi è pericoloso perché tende ad instillare l’errata impressione che gli sforzi in termini di interventi di politica agraria per favorire il ricambio generazionale e svecchiare il settore vadano nella giusta direzione e stiano fornendo i risultati attesi, inibendo così la possibilità di affrontare con la determinazione e l’efficacia necessarie una questione che è importante per il futuro dell’agricoltura e, in generale, per la vitalità economica delle aree rurali, in particolare di quelle interne del Paese, coinvolte in un processo di desolante rarefazione umana e materiale.


Come dimostrano i dati ufficiali che di seguito riporto, la presenza dei giovani imprenditori nel settore primario non migliora, nonostante gli sforzi ed a dispetto di quello che spesso si legge sui giornali o si ascolta nelle radio e nelle televisioni. Non mancano – invero – esempi di interesse da parte delle nuove generazioni e casi anche eclatanti di innamoramenti di persone del tutto estranee al settore e senza un legame con una pregressa tradizione famigliare, le quali compiono la scelta di impegnarsi professionalmente in agricoltura. Tuttavia, non è da singoli casi che si deve prendere spunto per trarre delle conclusioni: una rondine non fa primavera, come emerge dalle statistiche consultate.

L’11 gennaio 2018, la Direzione Generale dell’Agricoltura della Commissione Europea ha pubblicato una serie numerosa e approfondita di dati, da utilizzare come indicatori di contesto per la valutazione ed il monitoraggio delle misure della politica di sviluppo rurale (PSR). In relazione alla struttura per classi di età dei titolari di aziende agricole si possono ricavare i seguenti dati:

Gli imprenditori agricoli con età inferiore a 35 anni, determinati dall’ultima analisi sulle strutture agrarie del 2013, sono il 5,9% del totale nell’Ue (28 paesi membri) ed in Italia sono il 4,5%.  Rispetto al 2010, l’incidenza dei giovani è diminuita (erano il 7,5% nella Ue ed il 5,1% in Italia). Pertanto, non si vede alcun risveglio di interesse, anzi il fenomeno dell’invecchiamento della classe degli agricoltori avanza, piuttosto che retrocedere, a dispetto dei tanti sforzi fatti dalle politiche europee e nazionali. L’Italia non è messa bene ed occupa la parte bassa della graduatoria. Ci sono solo 9 paesi membri che registrano una percentuale di giovani agricoltori inferiore al dato italiano e 17 che sono meglio posizionati su tale parametro.

Ancora più drammatica è la situazione quando si prendono in esame i dati assoluti. Tra il 2010 ed il 2013 il numero di imprenditori agricoli di età inferiore a 35 anni è calato da 912.800 a 644.270 a livello Ue (-29%) e da 82.110 a 45.680 in Italia (-44%).

A novembre dello scorso anno, la Corte dei Conti Europea ha pubblicato una relazione dedicata al tema delle misure di politica agraria rivolte al rinnovamento generazionale in agricoltura ed, in tale contesto, ha elaborato dati assai interessanti. Dal 2005 al 2013, il numero di agricoltori nella Ue è diminuito da 14,5 a 10,7 milioni, con un calo del 26%. Nello stesso periodo, il numero di giovani agricoltori di età inferiore a 44 anni è calato ad un ritmo ancora più accentuato: da 3,3 a 2,3 milioni di unità, segnando così una riduzione del 30%.

La superficie agricola gestita dagli agricoltori di giovane età è diminuita da 57,7 a 51,9 milioni di ettari nel periodo di tempo analizzato; mentre l’area coltivata complessiva a livello Ue è aumentata, seppur di poco, passando da 172,1 a 173 milioni di ettari. L’analisi dei giudici contabili europei evidenzia che nel settore primario, la forza lavoro giovanile (età compresa tra 15 e 44 anni) incide in ragione del 20% sul totale ed è tendenzialmente calante, contro un dato appena sopra il 50% per l’intera economia.

Non solo si registra un peggioramento della presenza giovanile nel settore primario, ma non si riesce a colmare il divario con l’economia nel complesso che sancisce lo stereotipo di un settore primario poco attraente per i giovani.

I dati ricavati nel corso dell’audit della Corte dei Conti hanno dimostrato che il sostegno europeo a favore del ricambio generazionale non è formulato in maniera efficiente e non funziona come sarebbe necessario ed auspicabile. Da qui sono scaturite una serie di raccomandazioni alla Commissione ed ai Paesi membri per trovare i necessari rimedi.

In conclusione, a differenza del messaggio prevalente, almeno nella narrazione dei mezzi di comunicazione italiani, di una riscoperta agricola da parte delle nuove generazioni, la presenza di giovani imprenditori in agricoltura è sempre più rarefatta. Le barriere all’ingresso sono numerose e ardue da superare:

  • l’accesso alla terra rimane il fattore critico principale;
  • la disponibilità di credito e di strumenti finanziari utili per fare fronte alle ingenti anticipazioni di capitale circolante e di investimento iniziali;
  • l’assenza di incentivi di politica agraria semplici, agili e affidabili, nonostante l’impegno profuso tramite i programmi di sviluppo rurale.

Purtroppo, la realtà pare ben diversa da come è dipinta da alcuni mezzi di comunicazione ed è narrata da qualche attore del settore agricolo più interessato a cercare consenso e riconoscibilità che affrontare un tema serio dal quale dipende la competitività del sistema produttivo nazionale ed europeo.


 

di Ermanno Comegna, pubblicata su  Agrarian Sciences

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