Il poco esaltante stato della ricerca e innovazione nel settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia in Italia

Articolo di Alessandro Scassellati della Scuola Ambulante di Agricoltura

Sulla rivista Agronomy, un folto gruppo di ricercatori italiani ha pubblicato l’articolo “Levers and Obstacles of Effective Research and Innovation for Organic Food and Farming in Italy” (“Leve ed ostacoli alla ricerca e all’innovazione efficaci per gli alimenti e l’agricoltura biologica in Italia”) per presentare la dinamica della ricerca e innovazione nel settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia, delineare le sfide nell’implementazione dei programmi e nell’accesso ai finanziamenti e definire le azioni chiave per promuovere lo sviluppo di una ricerca di qualità su misura dell’agricoltura biologica in Italia.

I ricercatori sono partiti dall’analisi dei principali risultati emersi durante il World Café tenutosi nell’ambito del Salone Internazionale del biologico e del naturale (SANA Expo) nel 2018, dove la comunità di ricerca italiana nel settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia si è riunita per costruire una convergenza su scopi e modus operandi nello sforzo di ricerca.

Questi risultati sono stati esaminati alla luce delle caratteristiche chiave dei progetti di ricerca e innovazione finanziati in Italia negli ultimi 10 anni, rispettivamente dal Ministero dell’Agricoltura italiano e dalle amministrazioni regionali attraverso gli strumenti di sostegno all’innovazione nei periodi di programmazione del Piano di Sviluppo Rurale.

Nel periodo 2009-2018 sono stati avviati 70 progetti di ricerca per un finanziamento complessivo di 21,081 milioni di euro – ossia <0,1% del valore cumulativo del mercato italiano dei prodotti alimentari e dell’agricoltura biologica. Questi 70 progetti sono stati rivolti a nove aree tematiche differenti:

  • produzione animale;
  • seminativi e sistemi colturali;
  • colture orticole e sistemi colturali;
  • colture da frutto e sistemi di coltivazione;
  • qualità e lavorazione degli alimenti;
  • valutazione socioeconomica;
  • input biologici (inclusi semi, fertilizzanti, prodotti fitosanitari e additivi);
  • sistemi agroforestali e di agricoltura mista che comprende anche quei progetti non inclusi nei precedenti.

In un periodo simile (2007–2019), sono stati attivati 53 progetti di innovazione Regionale rivolti all’agricoltura biologica per un budget totale di 14,299 milioni di euro (<10% dell’intero finanziamento disponibile).

Nel complesso, l‘analisi ha evidenziato che, nei 10 anni del periodo considerato, in Italia sono state spese risorse molto limitate in ricerca e innovazione in OFF in relazione alle dimensioni del settore e alla sua vitalità, dinamicità e capacità di favorire la conoscenza e l’innovazione come leva per sostenere la crescita del settore. La realizzazione degli interventi nelle aree della ricerca e dell’innovazione è stata spesso svolta nell’ambito di un quadro temporale di breve periodo, nonché frammentata in termini di temi, discipline e tipologie di filiera/rete affrontate. E’ mancata una visione propriamente integrata tra progetti nazionali e regionali, e viene evidenziato anche che, allo stato attuale, gli strumenti politici e il quadro normativo implementati in Italia non sono sempre efficaci nel promuovere il partenariato di ricerca pubblico/privato, con la burocrazia che grava sullo sviluppo dell’attività di ricerca. In particolare, il modo in cui il regolamento sugli aiuti di Stato è attuato in Italia dovrebbe essere probabilmente rivisto e aggiornato alla luce della più recente legislazione europea.

Allo stesso tempo, la quota relativamente alta di progetti di ricerca e innovazione multi/interdisciplinare, nonché il riconoscimento dell’approccio multi-attore come passo fondamentale verso la co-ricerca e la co-innovazione, sono stati tra i risultati positivi emersi dall’analisi dei ricercatori, i quali auspicano che i risultati del loro studio siano utilizzati dalle autorità nazionali e regionali competenti per progettare le loro future politiche e interventi di ricerca e innovazione.

Nel complesso, sulla base delle considerazioni e conclusioni sviluppate nell’articolo, il gruppo di ricercato ha proposto le sue raccomandazioni, delineando i seguenti sette punti chiave:

1. Un equo e attivo coinvolgimento di attori e parti interessate dovrebbe essere adeguatamente garantito e promosso, al fine di ottenere la piena attuazione del cosiddetto “approccio multi-attore“. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo sono necessari un’ampia gamma di interventi innovativi generali e specifici per dissolvere le barriere culturali e lock-in specifici. Altrimenti, gli attori socioeconomici rimarranno subalterni rispetto agli istituti di ricerca a causa della disparità di ruoli e dell’accesso alle risorse;

2. L’impatto della burocrazia sulla progettazione e attuazione di ricerca e innovazione dovrebbe essere fortemente mitigato; c’è un urgente bisogno che i responsabili politici, riconoscendo la questione, procedano rapidamente verso riforme specifiche. L’effetto dirompente dell’errata interpretazione e l’attuazione irregolare del regolamento sugli aiuti di Stato alla ricerca e all’innovazione da parte delle autorità regionali e nazionali dovrebbe essere affrontato rapidamente;

3. Deve essere promossa l’interazione tra le comunità di ricerca nazionali che operano all’interno delle università e degli altri enti di ricerca pubblici e privati. Per raggiungere questo obiettivo, i finanziamenti per i progetti di ricerca dovrebbero essere assegnati prevalentemente tramite bandi di ricerca aperti invece di incarichi diretti agli istituti di ricerca pubblici supervisionati dal Mipaaf; solo una quota minore del finanziamento (ossia meno del 15% e solo in caso di questioni urgenti) dovrebbe essere utilizzata per assegnazioni dirette di progetti; inoltre, oltre alle azioni di pura ricerca e innovazione, i programmi di ricerca nazionali dovrebbero prevedere azioni di coordinamento e sostegno della ricerca opportunamente concepite;

4. L’approccio open source dovrebbe essere proposto per aumentare l’impatto della ricerca e dell’innovazione. Si dovrebbe promuovere il rilascio di software open-source e altri strumenti digitali e la strategia dei brevetti applicata ai prodotti di ricerca e innovazione, comprese le privative per ritrovati vegetali, opportunamente limitata;

5. Per sfruttare la crescita sostenibile della ricerca e innovazione nel settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia in Italia, il budget nazionale per finanziare il fabbisogno di ricerca dovrebbe essere aumentato drasticamente. Inoltre, dovrebbero essere progettati e implementati schemi di finanziamento in grado di promuovere il partenariato pubblico-privato (cioè il crowdfunding per la ricerca pubblica);

6. Il budget disponibile nella prossima fase di programmazione dello sviluppo rurale dovrebbe essere speso in modo più efficiente, evitando incoerenze di approcci e tempistiche nelle regioni italiane. Inoltre, la spesa dedicata ai progetti di innovazione (ovvero attraverso l’attivazione dei Gruppi Operativi) non dovrebbe essere predeterminata e vincolata. Considerando la crescente attrattiva e capacità di innovazione del cibo e dell’agricoltura biologici, ai Gruppi Operativi dedicati dovrebbe essere concessa una capacità illimitata di competere per i finanziamenti;

7. Per garantire la diffusione degli impatti, dovrebbero essere sviluppati programmi di ricerca e innovazione che garantiscano una loro interconnessione operativa. A questo proposito, un migliore coordinamento tra le autorità nazionali e regionali è un elemento chiave. Pertanto, le conferenze rituali Stato-Regioni dovrebbero trasformarsi in opportunità strategiche ed essere aperte a contributi sostanziali da parte dei rappresentanti del settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia, prevedendo la ricerca partecipata e la governance dell’innovazione.

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Il quadro poco esaltante sulla ricerca nel settore dell’alimentazione e dell’agricoltura biologica e dell’agroecologia contrasta con la crescita annuale di cibo ed agricoltura biologici registrata in Italia e in Europa negli ultimi tre decenni e che potrebbe portare ad una gestione secondo i principi biologici di salute, ecologia, equità e cura del 50% dei terreni agricoli europei entro il 2030. Oggi, con 79.046 aziende agricole biologiche e quasi 2 milioni di ettari, l’Italia è nella top 10 del 2018 nell’elenco dei paesi con il maggior numero di produttori biologici e superficie coltivata.

Le prime esperienze pionieristiche condotte nell’agricoltura biologica in Italia risalgono agli anni ’60 con il fiorire di movimenti alternativi, e si sono affermate più saldamente negli anni ’70, coinvolgendo agricoltori e consumatori alla ricerca di cibi sani e pratiche agricole rispettose dell’ambiente. A metà degli anni ‘80, con il contributo dei rappresentanti dell’agricoltura biologica e delle associazioni dei consumatori, è stata istituita la Commissione Nazionale “Cos’è Biologico”, che ha stabilito i primi standard di autoregolamentazione per l’agricoltura biologica. Nel 1988 la commissione ha cambiato nome in AIAB (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica). Nel 1992 è stata fondata la Federazione Italiana di Agricoltura Biologica e Biodinamica (FIAO – Federazione Italiana Agricoltura Organica, che nel 2005 si è trasformata in FEDERBIO – Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica – e nel 2000 il Ministero dell’Agricoltura (attualmente Mipaaf) ha istituito il Sistema Informativo Nazionale per l’Agricoltura Biologica (SINAB). Il SINAB è una piattaforma web open source che offre informazioni e servizi agli stakeholder per lo sviluppo e la promozione del settore biologico.

Dopo il Regolamento CE 1991/2092, l’Italia ha designato il Mipaaf come Autorità Nazionale Competente, con il ruolo di organizzare e attuare il sistema di certificazione biologica per la tutela dei consumatori e promuovere la crescita e lo sviluppo del settore agroalimentare biologico in Italia. Dall’inizio degli anni ’90, il Mipaaf ha avuto un ruolo importante nella pianificazione e nel finanziamento della ricerca nazionale nell’alimentazione e agricoltura biologica. I primi progetti sono stati finanziati tra il 1994 e il 2000 si sono concentrati principalmente sulla ricerca sulla gestione della fertilità del suolo e sulle strategie fitosanitarie. Numerosi progetti sono stati avviati tra il 2005 e il 2009 nell’abito del primo “Programma d’azione nazionale per l’agricoltura e i prodotti biologici”. Nel marzo 2016 la Conferenza Stato Regioni Italia ha approvato il Piano Strategico Nazionale per il biologico agricoltura che era il risultato dell’attività svolta dal Mipaaf insieme a tutti gli stakeholder del settore e comprendeva un set di 10 azioni che avrebbero aiutato il passaggio dal “Biologico 2.0” al “Biologico 3.0”. In particolare, l’azione n. 10 del Piano strategico nazionale ha delineato il programma di ricerca e innovazione nell’agricoltura biologica, la cui progettazione ha coinvolto rappresentanti del settore biologico, autorità locali (cioè regioni) e istituti di ricerca pubblici e privati. Le azioni di ricerca promosse nell’ambito dei suddetti piani, sono state finanziate attraverso le entrate ottenute da un’imposta specifica del 2% sulla vendita di fertilizzanti sintetici e pesticidi, introdotta con la legge nazionale 488/1999 (e ulteriori modifiche). Il Mipaaf è stato nominato quale autorità di gestione dei fondi ricavati dalla tassa, che è principalmente destinata al finanziamento della ricerca in agricoltura biologica.

Il gruppo di ricerca che ha redatto il rapporto è composto da Stefano Canali, Daniele Antichi, Simona Cristiano , Mariangela Diacono, Valentina Ferrante, Paola Migliorini, Francesco Riva, Alessandra Trinchera, Raffaele Zanoli e Luca Colombo.