L’agricoltura industriale ha bisogno di uniformità, standardizzazione, e riduzione della complessità agricola mentre bisognerebbe potenziare la biodiversità. Come possiamo fare per cambiare?

La risposta “dell’allevatrice di piante” Stefania Grando: aumentando la varietà delle specie coltivate ed introducendo nella dieta cibi intelligenti da colture intelligenti.

Trascrizione del video

Nel 2019 la rivista medica Lancet riportava che il mondo non è più in grado di fornire alle persone una dieta sana ed allo stesso tempo mantenere le risorse del pianeta. Da almeno  anni le diete non sono più ottimali da un punto di vista nutrizionale da un lato contribuiscono al cambiamento climatico e dall’altro accelerano il processo di erosione della biodiversità.

Biodiversità che cosa vuol dire?

Si intende l’insieme degli organismi viventi sia animali che vegetali che sono intorno a noi questo include anche i microorganismi inclusi quelli che troviamo nel terreno. Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità unite alla mancanza di acqua, povertà e malnutrizione – dove per malnutrizione intendiamo sia la denutrizione che l’obesità – sono tra i problemi globali più discussi oggi. Spesso si discute di questi problemi in maniera indipendente, in realtà sono molto interconnessi e sono tutti collegati ai semi. Il cambiamento climatico si collega con i semi perché nel tempo avremmo bisogno di varietà di colture che resistono molto di più alle alte temperature e dall’altra parte riescono a crescere con meno acqua.

Il problema che non è così semplice. Il cambiamento climatico è un problema molto complesso, da una parte ci sono modelli climatici molto imprecisi per cui sappiamo che farà più caldo e pioverà di meno. Ma quanto più caldo e quanta meno pioggia riceveremo nessuno ce lo può dire non solo a livello di grosse aree geografiche ma anche in una specifica località, quindi brancoliamo un po’ nel buio. Di conseguenza dobbiamo avere varietà che resistano a qualcosa che non conosciamo perché temperatura e piovosità cambieranno anche malattie delle piante. Ma anche gli insetti, inclusi anche gli impollinatori e cambieranno le infestanti per cui dobbiamo lavorare per avere varietà che vanno meglio a temperature più alte e a meno piovosità ma dobbiamo lavorare anche per altri obiettivi. Quindi, il tutto diventa una cosa molto complessa perché dobbiamo lavorare per obiettivi mobili ed allo stesso tempo diversi obiettivi per avere nuove varietà per il futuro nel caso della riduzione della biodiversità. Il problema è un po’ una contraddizione che la scienza ci pone:

  • da una parte abbiamo regolarmente delle relazioni, dei lavori di studio che ci dicono che è importante avere biodiversità nella nostra dieta ma anche per riuscire a contrastare meglio il cambiamento climatico;
  • dall’altra parte, negli ultimi anni, abbiamo lavorato riducendo il numero di specie all’interno delle poche specie coltivate. Coltiviamo poche varietà, e per di più queste varietà sono uniformi quindi tutte le piante all’interno di un campo sono uguali l’una all’altra e di conseguenza siamo andati esattamente all’opposto di quello che ci serve.

Siamo andati verso l’uniformità, l’agricoltura industriale oggi ci porta sempre all’uniformità e quale potrebbe essere una soluzione? Sicuramente dobbiamo riportare biodiversità nei campi degli agricoltori, una possibilità è quella di riportare a coltivare quelle che a me piacciono  definire come cibi intelligenti da colture intelligenti.

Ma cosa sono i cibi intelligenti?

Un cibo intelligente è un prodotto che fa bene a chi lo mangia, e nello stesso tempo aiuta a ridurre le emissioni per cui fa bene all’ambiente in generale, fa bene al pianeta. Ma è anche un cibo che fa reddito per l’agricoltore quindi anche buono per l’agricoltore. In altre parole: un cibo buono da mangiare, buono per l’ambiente, e buono per l’agricoltore.

Ma come mai negli anni molte di queste colture che ci danno cibi intelligenti sono scomparse dal nostro panorama agricolo?

Ci sono stati negli anni investimenti nella Ricerca, nelle politiche di sviluppo agricolo e nello sviluppo delle filiere che hanno privilegiato un numero ristretto di colture. Per esempio oggi mais, frumento e riso rappresentano più del 60% delle calorie di origine vegetale che mangiamo a livello globale. Quindi nel tempo le diete sono diventate molto più simili le une alle altre e per di più sono diventate simili anche a livello geografico per cui mangiamo le stesse cose e dappertutto.

Ma quali possono essere per esempio colture intelligenti da riportare dai nostri agricoltori?

Voglio fare l’esempio del Miglio e dell’Orzo che una volta erano molto utilizzati nelle nostre campagne e molto utilizzati nella nostra alimentazione. Miglio e orzo hanno grossi vantaggi nutrizionali: sono molto più nutrienti per esempio di frumento mais e riso, contengono micro nutrienti importanti per la nostra dieta e sono molto più digeribili rispetto ad altri cereali. Quindi sono buoni per la nostra salute, sono buoni per chi li usa. Queste colture hanno anche meno bisogno, per esempio, di acqua e di fertilizzanti, di chimica in generale per cui contribuiscono a ridurre le emissioni che a loro volta influiscono sul cambiamento climatico quindi: fanno bene per l’ambiente fanno bene al pianeta. Queste colture nel momento in cui vengono riportate nei campi gli agricoltori sono anche capaci di fare reddito. A condizione che se ne crei una richiesta e quindi siano accettate dal mercato. Queste colture contribuiscono alla diversificazione dell’azienda, a introdurre della resilienza nel caso dell’azienda. Possiamo però anche riportare diversità nei campi dell’agricoltura coltivando colture in cui abbiamo diversità all’interno della stessa coltura introdurre quindi quelle che chiamiamo popolazioni evolutive.

Che cosa sono le popolazioni evolutive?

Sono tantissime piante della stessa specie coltivate insieme nello stesso terreno e dal momento che abbiamo tantissime piante diverse queste nel tempo tendono alcune a produrre di più altre ed altre a produrre meno. E’ quindi la stessa popolazione si evolve nello stesso terreno anno dopo anno. Se le distribuiamo ad agricoltori diversi queste si evolveranno in maniera diversa anche tra gli agricoltori e avremo diversità sia nel tempo (in una stessa località) ma anche nello spazio in uno stesso anno. Esperienze con popolazioni evolutive in Iran e successivamente anche in Italia  hanno mostrato che il pane prodotto con farina di una popolazione evolutiva di frumento tenero e molto più digeribile e molto apprezzato sia per sapore che per profumo. In Italia in aggiunta al pane di frumento tenero abbiamo anche la pasta prodotta da una popolazione di frumento duro quindi sono buone per il consumatore, quindi sono buone per noi, per la nostra salute. Inoltre quando coltiviamo popolazioni evolutive in un campo essendo composte da piante tutte diverse  queste controllano meglio malattie, insetti ed infestanti e quindi richiedono pochissimi pesticidi e a volte non ne richiedono affatto di pesticidi, e questo vuol dire meno emissioni e quindi aiutano a mitigare l’effetto negativo del cambiamento climatico.

Quindi sono buone per il pianeta sono buone per l’ambiente, le popolazioni evolutive sono anche buone per l’agricoltore perché non avendo bisogno di grandi input riducono i costi di produzione, Inoltre, danno all’agricoltore la possibilità di adattare la propria cultura al cambiamento climatico; quindi da un anno all’altro l’agricoltore può seminare i semi prodotti, e avendo sempre una produzione più alta perché i semi prodotti l’anno prima vengono riseminati l’anno dopo, sono sempre più adatti alle condizioni in cui vengono seminati. I prodotti che si ottengono da popolazioni evolutive sono molto apprezzati dai consumatori e quindi possono fare reddito ed hanno contribuito – e questa è un’esperienza che abbiamo visto soprattutto in Italia – a costruire delle filiere locali molto virtuose.

In conclusione, abbiamo bisogno di sviluppare la ricerca e le filiere di altre colture incluse le popolazioni evolutive in questo modo possiamo riportare diversità nella nostra dieta, possiamo aumentare la sostenibilità ambientale dell’agricoltura e gli agricoltori possono far leva su questa nuova diversità per avere molto più resilienza in azienda. In altre parole il cibo intelligente aiuta ad affrontare alcuni dei grandi problemi globali. Affinché ciò accada dobbiamo usare un approccio partecipativo in cui sia l’agricoltore che il consumatore – con tutti gli attori intermedi della filiera – siano parte per sviluppare questo nuovo approccio. Ovviamente la Scuola e l’Addestramento hanno un ruolo fondamentale, e facendo tutto questo potremmo riportare un modello di business positivo nelle nostre aziende.

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