Alessandro Carucci, neo laureato con una tesi dal titolo “Smart Valley 100% Bio Valposchiavo: un progetto di territorialità sostenibile” collabora con la Scuola Ambulante di Agricoltura .


Bio-distretto Agricolo

Oggi ci troviamo in un rinnovato scenario di tendenze e preferenze nel settore dell’agroalimentare di qualità, che è legato a sua volta alle nuove forme di turismo sostenibile e leggero. Queste tendenze rappresentano una nuova ed importante opportunità di sviluppo economico, specialmente per quei territori a vocazione agricola che rifiutano il modello imposto dall’agricoltura convenzionale. Territori che, invece, si riconoscono nelle modalità di conduzione dell’azienda agricola secondo il paradigma dell’agro-ecologia; luoghi in cui sono diffuse piccole e medie imprese radicate in un determinato ambito territoriale, specializzate in una o più fasi della produzione agricola e agro-alimentare a carattere biologico ed inserite in una rete di relazioni reciproche di tipo economico e sociale. Queste entità territoriali sono definite distretti agricoli biologici; acquisiscono questa definizione che si forma da una derivazione del concetto di distretto industriale, ovvero una realtà territoriale specializzata in una particolare attività produttiva di tipo manifatturiero.


Agro ecologa

I distretti biologici, o bio-distretti, rappresentano sistemi produttivi locali dove avviene un’armonica coniugazione tra la gestione sostenibile delle risorse naturali e lo sviluppo locale, attraverso un’unione sinergica tra produzione agro-alimentare biologica, tipicità territoriale delle produzioni e qualità ambientale; la caratteristica di essere aree geografiche (territori) che possiedono un’identità propria e caratteristica (soggetti) li rende identificabili come soggetti territoriali.

Un altro elemento che li caratterizza è la conduzione della governance da parte dell’amministrazione locale, che è la definizione delle modalità e dei processi attraverso cui generare lo sviluppo locale la cui efficienza è condizione necessaria ed imprescindibile affinché si generino benefici effettivi sul territorio. In sostanza, il distretto agricolo biologico è un sistema produttivo locale caratterizzato da una presenza fortemente preponderante di processi di produzione e trasformazione certificati biologici o riconosciuti in nome della loro tipicità territoriale.

Per essere riconosciuta come Distretto Agricolo Biologico, un’area geografica deve possedere simultaneamente i tratti di:

  • Sistema produttivo locale;
  • Preponderante vocazione agricola;
  • Accentuata presenza di prodotti e processi di produzione certificati come biologici.


Per comprendere al meglio il concetto, e allo scopo di fornirgli una maggiore solidità concettuale, è utile partire dalla definizione di distretto rurale e di distretto agroalimentare di qualità, le due principali modalità di definizione dei distretti a vocazione agricola oggi riconosciute a livello europeo. I distretti rurali sono sistemi produttivi caratterizzati da un’identità storica e territoriale omogenea derivante dall’integrazione fra attività agricole e altre attività locali, nonché dalla produzione di beni o servizi di particolare specificità, coerenti con le tradizioni e le vocazioni naturali e territoriali. Questi differiscono dai distretti agroalimentari di qualità che a loro volta vengono riconosciuti come aree produttive caratterizzate da significativa presenza economica e da interrelazione e interdipendenza produttiva delle imprese agricole e agro-alimentari, nonché da una o più produzioni certificate e tutelate ai sensi della vigente normativa comunitaria o nazionale, oppure da produzioni tradizionali o tipiche.

A partire da queste definizioni si potrebbe racchiudere il distretto agricolo biologico all’interno del più ampio sistema dei distretti agroalimentari di qualità in quanto gli elementi caratterizzanti sono la presenza di tecniche agricole e di processi di trasformazione con il metodo del biologico e la tutela dei prodotti e delle rispettive tecniche di produzione, quindi elementi definibili su base settoriale. Nonostante ciò non si può affatto escludere la possibilità che anche un distretto rurale possa possedere anche i tratti del distretto biologico, almeno laddove l’agricoltura biologica svolge un significativo ruolo produttivo, ambientale e intrecciato all’identità locale.


prodotti locali
prodotti locali

Di certo, gli aspetti che devono essere assolutamente preponderanti sono sia la coltivazione, l’allevamento, la trasformazione, la preparazione alimentare e industriale di prodotti con il metodo biologico sia la presenza di forme di tutela e di riconoscimento delle tecniche locali di produzione agricola e agroalimentare. Detto diversamente, deve essere osservata e confermata la presenza di una porzione prevalente di aziende e superfici agricole condotte in regime di agricoltura biologica e di un apprezzabile sviluppo di attività extra-agricole connesse all’agricoltura biologica ma operanti nell’insieme di esperienze che si richiamano al concetto di multifunzionalità dell’agricoltura, tra cui a titolo di esempio citiamo gli agriturismi, le fattorie sociali, didattiche e terapeutiche, gli agro-asili piuttosto che i servizi di sfalcio dei prati, mantenimento del perimetro boschivo, ecc.

Le finalità di un distretto agricolo biologico (Franco e Pancino, 2015, p.32-34) si sviluppano lungo un orizzonte piuttosto ampio, in senso sia ecologico sia culturale, che racchiude sia una prospettiva a livello di singola azienda agricola sia un orientamento attento al benessere complessivo della comunità locale, come:

  • Promozione della cultura del biologico e del relativo approccio a livello territoriale per condurre verso uno sviluppo attento alla conservazione delle risorse che vengono così impiegate nei processi produttivi in modo da salvaguardare l’ecosistema e le diversità locali;
  • Possibilità per i singoli agricoltori biologici interni al distretto di prendere parte alle dinamiche di certificazione collettiva (dei prodotti e dei processi agroalimentari) in modo da ridurne i costi;
  • Agevolazione e semplificazione nell’applicazione delle norme di certificazione ambientale e territoriale;
  • Incentivo allo sviluppo dei processi di preparazione e trasformazione con metodo biologico;
  • Promozione e sostegno alle attività collegate all’agricoltura biologica secondo l’ottica del rispetto e del mantenimento della biodiversità agricola e naturale.

coltivatori custodi della Valle Camonica 


Le finalità verso cui tendono i distretti agricoli biologici competono aspetti socio-economici per lo sviluppo di un territorio efficiente ed inclusivo, in un’ottica di miglioramento del benessere della collettività e degli aspetti ambientali, coerenti alla forte presenza di processi a basso impatto sulle risorse ecosistemiche e necessari per la certificazione ambientale e territoriale.

Il distretto agricolo biologico ha perciò tutte le caratteristiche per diventare il luogo in cui vengono valorizzati, attraverso un processo di eco-innovazione di sistema, i rapporti esistenti tra le produzioni agricole e gli ecosistemi, ponendo particolare attenzione ai principali fattori potenzialmente impattanti.” (Clemente et al., 2013 in Franco e Pancino, 2015, p.33)

L’elevata qualità ambientale che denota l’area del distretto biologico diventa così elemento fondamentale per conferire valore aggiunto alle produzioni locali. In questo modo, accanto al marchio biologico, che certifica il processo, si verrebbe ad affiancare un brand di bio-distretto in grado di fornire la garanzia che l’ambiente di origine del prodotto, al di là delle azioni del singolo produttore, si connota per la presenza di tutti quei requisiti che consentono di ottenere prodotti agroalimentari ‘incontaminati’.

Un tale modello di organizzazione del territorio andrebbe infatti rafforzato attraverso dinamiche che conducano alla costruzione di un’identità che lo rappresenti ed alla comunicazione di questa identità verso l’esterno in modo unitario e coerente, ovvero un brand. Il fine è l’attuazione di un processo di promozione, detto di branding, costituito dall’insieme di azioni atte ad influenzare il processo di formazione dell’immagine esterna, come percepita dai visitatori, ed interna, come percepita dalla comunità locale, del territorio stesso.

Tali procedure sono oggi diventate un elemento chiave nelle politiche territoriali che si prefiggono il compito di aumentare la loro competitività, creando un nuovo valore nella percezione del territorio da parte dei cittadini che lo abitano, dei consumatori che lo apprezzano e degli investitori che su di esso puntano. Dunque, il brand non costituisce un prodotto a sé stante ma va a fornire valore aggiunto ed identità al prodotto, identificandolo nella mente del fruitore del territorio. L’intensità più o meno alta di questo valore si gioca a partire dall’immagine del prodotto-territorio che è a sua volta ottenuta dalle caratteristiche che lo rendono unico e diverso dagli altri, dalla qualità percepita, dal ricordo e dal riconoscimento del prodotto-territorio che si produce nella mente di chi lo sperimenta. La strada che conduce alla creazione di un brand del territorio è una visione di lungo periodo, che punta ad attrarre il mercato a sé piuttosto che subirne le correnti e che per essere efficiente deve essere intrapresa con la rappresentanza e la collaborazione di tutti i portatori di interesse interni (privati, rappresentanze, comunità locale).

Il fine è creare un’identità il più possibile riconosciuta e condivisa dagli attori locali, che possa essere coerentemente comunicata all’esterno in modo da rendere il brand coinvolgente e desiderabile agli utenti che contribuiscono, con le loro scelte e pareri, a fornire valore al prodotto stesso. Se nel complesso l’operazione di promozione territoriale è ben condotta, il risultato è l’affermazione del bio-distretto come soggetto territoriale dotato di una propria individualità compresa ed apprezzata.


Orto Tellinum


Dal punto di vista politico l’interesse per l’entità territoriale del bio-distretto deriva dalle sfide che essa pone nell’individuare innovativi strumenti di governance che possano conferire autonomia e protagonismo ai portatori di interesse del territorio e alle comunità locali, allo scopo di progettare interventi coerenti con le vocazioni e le necessità del territorio. In questo senso, il compito politico di chi si pone l’obiettivo di governare le dinamiche del bio-distretto è dare vita ad uno spazio territoriale di raccolta delle competenze diffuse e di appoggio agli attori operanti nella filiera del biologico in grado di incrementare valore e rappresentanza degli stessi sui mercati agroalimentari e di avviare e consolidare logiche di collaborazione per lo sviluppo locale.

L’amministrazione, in sostanza, “assume un ruolo propulsivo nell’attivare, in quei territori che possiedono le caratteristiche per poter essere sede di un distretto biologico, una consapevolezza delle potenzialità che questo riconoscimento può avere in termini di sviluppo locale” (Franco e Pancino, 2015, p.55).

Quest’opera di governance del bio-distretto deve svilupparsi secondo un approccio bottom-up dove attraverso un percorso di consultazione degli attori locali si definisce, a partire ‘dal basso’, “un’area geografica dove agricoltori, cittadini, operatori turistici, associazioni e pubbliche amministrazioni stringono un accordo per la gestione sostenibile delle risorse locali, partendo dal modello biologico di produzione e consumo (filiera corta, gruppi di acquisto, mense pubbliche bio)” (Torchiani, in Franco e Pancino, 2015, p.68).

Il bio-distretto agricolo si configura come uno spazio definito a partire da un’unità di intenti tra i soggetti locali che puntano sull’agricoltura biologica (in termini produttivi e di consumo) come elemento di caratterizzazione e in cui la finalità riconosciuta sia “favorire coesione e partecipazione degli attori della filiera biologica” (Punto Ponte, 2014).

E ancora, “il bio-distretto cerca di favorire rapporti più equi nella filiera, creando nuove relazioni dirette tra produttori e consumatori, grazie a modelli distributivi alternativi quali la filiera corta e i gruppi di acquisto solidale, nonché spronando la Pubblica Amministrazione a incrementare gli acquisti verdi per mense scolastiche, ospedali e altri servizi pubblici” (Punto Ponte, 2014).



Allo scopo di favorire questa diffusa comunità d’intenti la comunicazione interna diviene un elemento cardine per il proficuo sviluppo del progetto; infatti “nei bio-distretti sono promossi forum pubblici in cui gli agricoltori, gli altri operatori economici, gli amministratori pubblici, la popolazione, si confrontano con pari dignità e potere decisionale” (Punto Ponte, 2014). Oltre a finalità di tipo sociale e ambientale tra gli obiettivi di un bio-distretto rientrano anche quelli a carattere economico come “contribuire a rendere meno burocratico, più efficace e inclusivo il sistema di controllo e certificazione del biologico” e “diventare un volano per favorire l’export di prodotti agroalimentari locali a livello internazionale” (Punto Ponte, 2014). Un’ alta concentrazione di aziende a conduzione biologica nel territorio permette infatti un più agile controllo e certificazione dei sistemi produttivi della filiera che, insieme all’attenzione della comunità locale che vigila sulla corretta applicazione di questi, rende gli agricoltori a loro volta più motivati e responsabilizzati alla luce del riconoscimento pubblico che viene dato al loro operato e al decisivo ruolo che svolgono all’interno della comunità locale.

Un breve inciso per quanto riguarda l’export di prodotti locali su altri mercati nazionali ed internazionali: va detto che, pur essendo corretta espressione di una parte delle variegate esigenze e aspettative degli attori che si cerca di coinvolgere all’interno di questo tipo di progettualità (imprenditori, amministrazioni locali, associazioni di categoria, ecc.) essa deve esprimersi nella giusta misura, ovvero quella in cui non intacca l’organizzazione e la struttura delle aziende biologiche andando a contraddire gli aspetti fondamentali di filiera corta e consumo locale.

Inoltre, un’organizzazione del territorio secondo questo schema può fornire valide risposte di tipo politico e sociale rispetto ad alcune questioni oggi cruciali: tra queste, lo sviluppo di un’agricoltura che tenga assieme la produzione vegetale con l’allevamento animale e con le nuove richieste provenienti dai temi della sostenibilità nel campo della produzione di energia, della gestione delle risorse idriche, nel recupero della biodiversità, per una qualità della vita e del lavoro.

Oppure la questione dell’abbandono della terra: nei bio-distretti è attuato quello che si potrebbe definire un ‘Rinascimento agricolo’ che rappresenta un momento di rottura con il passato e che in questo caso fa del metodo di coltivazione biologico, inserito in una concezione ecologica dell’agricoltura, lo strumento in grado di restituire uno scopo e una vitalità alle sempre più numerose aree demaniali abbandonate e alle terre incolte, confermando la profonda riscoperta di dignità e redditività del lavoro agricolo.

Altro tema è la sovranità alimentare, poiché riconoscendo alle comunità locali il diritto di decidere autonomamente cosa e come produrre, come avviene nei bio-distretti, gli agricoltori definiscono in che modo soddisfare i loro fabbisogni alimentari.



Il distretto agricolo biologico può essere considerato una efficace proposta di sviluppo territoriale per le aree a vocazione agricola, in grado di valorizzare economicamente e culturalmente le risorse locali ed al contempo in grado raccogliere e rispondere alle urgenti necessità nel campo della sostenibilità ambientale, sociale ed economica che oggi rimangono inascoltate nelle dinamiche interne al settore primario convenzionale di tipo industriale.

Attraverso il bio-distretto, l’obiettivo è dar vita un modello di territorio che sia ‘intelligente’ (o ‘smart’) in cui il binomio costituito da sviluppo territoriale e tutela degli agroecosistemi sia garantito nel lungo termine dalla soddisfazione delle comunità residenti e dal riconoscimento che deriva dall’appagamento della crescente quota di consumatori e visitatori attenti alla qualità dei modelli di alimentazione e alla sostenibilità dei modelli turistici.


Riferimenti



 

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